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le norme sulla stampa

le norme sulla stampa dovrebbero servire a tutelare il diritto dei lettori all'informazione e quello dei cittadini alla privacy e all'integrità. In 15 anni di giornalismo, non l'ho visto succedere neppure una volta. Sempre, invece, le ho viste utilizzare come arma di pressione, ricatto o vendetta da parte di ricchi e p...otenti verso giornalisti che pubblicano verità scomode.


permalink | inviato da filippoastone il 4/1/2010 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

OSSEQUIE

OSSEQUIE (ESEQUIE + OSSEQUI) sono quelle che meritano certi personaggi della finanza, politica, università e imprenditoria con i quali sono costretto ad avere a che fare



permalink | inviato da filippoastone il 16/12/2009 alle 20:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

RASSEGNA STAMPA DI "MERITOCRAZIA IN FAMIGLIA" A MACERATA

Ecco la rassegna stampa della presentazione degli "Affari di famiglia" che si è tenuta giovedì 29 ottobre a Macerata,  nell'ambito di un dibattito sul tema MERITOCRAZIA IN FAMIGLIA presso l'antica biblioteca dell'università degli studi di Macerata.
 Hanno partecipato Luigi Lacché, pro rettore dell'atneo; Lucia Dignani, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Macerata; Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia Romagna; Giovanni Clementoni, presidente della clementoni spa; Domenico Simeone docente dii pedagogia presso la facoltà di Scienze della formazione. Conduce Pierluigi Masini, vice direttore del resto del Carlino





permalink | inviato da filippoastone il 9/11/2009 alle 17:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

LA LETTERA DI UN LETTORE IN MERITO ALLA DINASTY CAPROTTI

Ho lavorato qualche hanno con Giuseppe Caprotti e avendo visto 

quanto scrivete sul vs. blog mi permetto - ad insaputa di Giuseppe - 

di mandarvi un brano tratto da una lettera che gli ho mandato quest'estate.
Penso che questo pezzo riassuma molto bene i sentimenti che il padre deve 

aver provato per il figlio tanto odiato.

“… Per me è difficile immaginare l’ampiezza del tumulto emotivo e della pressione

 che devi aver subito questi ultimi anni dopo il “colpo di stato”. Rabbia, dolore, orgoglio

 ferito, delusione, odio, voglia di rivincita, disperazione, amarezza, solitudine e anche

 incredulità devono essere state presenti. Leggendo vedo i tanti segni di tuo padre che

 perfino io riconosco così bene nonostante il mio corto soggiorno al tuo fianco: il suo 

indiscutibile talento imprenditoriale, il marchio della sua personalità ed il suo carisma

 ma anche la sua prepotenza, il suo attaccar brighe, le esagerazioni teatrali, 

il fanatismo, la mania del controllo.


E’ straordinario che tu sia riuscito a raggiungere quel livello di imprenditorialità 

talentuosa così giovane e in un modo così diverso dal suo: comunicando con

 la gente, motivandola, usando la delega, lasciando spazio ed una certa dose di

 fiducia alle persone. Sono sicuro che questo ha giocato moltissimo sulla mente 

di tuo padre in tutti quegli anni. La gelosia è una cosa terribile, sai, assolutamente 

corrosiva. Da quello che ho visto lui era abituato a gestire le persone con una forte 

dose di paura, e nonostante ciò era fortemente irritato nel vedere persone spaventate 

a morte da lui. Non amava gli stupidi ma disprezzava ancor più i vigliacchi. Non ti

 ho mai visto affrontarlo verbalmente ma ti ho visto agire con quella determinazione

 ferrea tipicamente tua, con una tranquillità apparente ingannevole 

(ti ricordo contro Coca- Cola!), ottenendo risultati che doveva ammirare dentro si

 sé, se non apertamente: l’introduzione del non food, la Fidaty, la pubblicità, la 

comunicazione e soprattutto il fatto che le persone non solo ti rispettassero ma che 

tu gli piacessi.

Deve essere arrivato ad un punto dove era molto irritato perché stavi ottenendo risultati

 straordinari ma in un modo che era all’opposto al suo. Penso che il “colpo di stato” 

abbia significato reimporre il suo modo di gestire le cose che lui aveva sempre 

considerato il migliore e, ovviamente, l’unico, perché Suo. E non poteva sopportare 

di lasciare il centro della scena.

Ma tu eri un rivale troppo forte. Tu facevi tremare la – sua – 

barca.
Che peccato, avreste potuto formare una squadra formidabile e complementare

, quando ci penso…”

Purtroppo l'odio tra consanguinei esiste e a tal proposito Le consiglio di leggere

 il capitolo di Astone su Berger, un altro personaggio che ha scritto un libro contro

 il proprio figlio che ha "eliminato" dalle sue aziende perchè non gli ubbidiva...
"Onora il padre" inizia in modo simpatico ma finisce molto male anche perchè,

 come vuole la tradizione di questi vecchi pazzi, sparla molto del figlio e di altri 

ma non documenta assolutamente nulla!
Alla fine della lettura di "Onora il padre" ho buttato il libro nella

 pattumiera.

cordiali saluti e grazie ancora.



permalink | inviato da filippoastone il 2/11/2009 alle 20:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

INTERESSANTE ARTICOLO DAL BLOG SOTTORETE (http://sottorete.typepad.com/blog/2009/10/letto-gli-affari-di-famiglia.html)

23/10/09

Pluto

Ho lavorato qualche hanno con Giuseppe Caprotti e avendo visto 

quanto scrivete sul vs. blog mi permetto - ad insaputa di Giuseppe - 

di mandarvi un brano tratto da una 

lettera che  gli ho mandato quest'estate. 

Penso che questo pezzo riassuma molto bene i sentimenti che il padre 

deve aver  provato

 per il figlio tanto odiato.

"Purtroppo l'odio tra consanguinei esiste e a tal proposito Le consiglio di leggere il 

capitolo di Astone su Berger, un altro personaggio che ha scritto un libro contro

 il proprio figlio che ha 

"eliminato" dalle sue aziende perchè non gli ubbidiva...


"Onora il padre" inizia in modo simpatico ma finisce molto male anche perchè, 

come vuole la tradizione di questi vecchi pazzi, sparla molto del figlio

 e di altri ma non documenta 

assolutamente nulla! 
Alla fine della lettura di "Onora il padre" ho buttato il libro nella 

pattumiera.

cordiali saluti"



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GIOVEDI' 29 OTTOBRE 2009, MERITOCRAZIA IN FAMIGLIA

Giovedì 29 ottobre presento il libro "Gli affari di famiglia" nell'ambito di un dibattito sul tema MERITOCRAZIA IN FAMIGLIA presso l'antica biblioteca dell'università degli studi di Macerata.
Il dibattito si tiene alle 9.45.
Partecipano Luigi Lacché, pro rettore dell'atneo; Lucia Dignani, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Macerata; Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia Romagna; Giovanni Clementoni, presidente della clementoni spa; Domenico Simeone docente dii pedagogia presso la facoltà di Scienze della formazione. Conduce Pierluigi Masini, vice direttore del resto del Carlino.
Organizzazione: Mirus Eventi.
In allegato, il pdf dell'invitohttp://www.illibraio.it//allegatidef/SaveTheDateOtt200965364.pdf


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LA QUERELA DI PAOLO NODARI A TOMMASO BERGER



permalink | inviato da filippoastone il 28/10/2009 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

TOMMASO BERGER, UN IMPRENDITORE GENIALE, UN LIBRO, UNA QUERELA

Geniale, pieno di creatività e di voglia di vivere, grande lavoratore, mai stanco, innovatore instancabile, irascibile, capace di grandi slanci e di enormi collere, soggetto ai mutamenti d'umore, grande amante delle donne, dei viaggi e dei sigari cubani. Tommaso Berger, che si è spento due settimane fa, era così.
In Italia, è stato l'inventore del Caffé Hag, della Acqua Levissima e di altri prodotti che hanno lasciato il segno nel mondo del largo consumo.
Nel 2007, quando si era ormai ritirato dagli affari, rese pubblica la sua biografia e le sue liti col figlio Roberto in un libro, "Disonora il padre" (Marsilio) nel quale mischiava la sua biografia e il racconto della sua avventura imprenditoriale con un violento j'accuse al figlio Roberto. Soprattutto, mischiava notizie vere con notizie false, false anche se lui si era convinto di queste verità al punto da crederle vere, in perfetta buona fede.
Il figlio, in realtà un capace manager, veniva accusato ingiustamente di averlo depredato del suo patrimonio, e di averne disperso buona parte in investimenti assurdi e in una vita all'insegna dello spreco. I consulenti di una vita (i noti professionisti Paolo Nodari, Agostino Guardamagna e Oreste Severgnini), venivano accusati di disonestà e collusione col figlio.
Come ho ricostruito nel libro Gli affari di famigllia, la realtà dei fatti era profondamente diversa. Il figlio è un capace managare con una formazione internazionale, che non solo non ha depredato il padre di alcunché, ma anche salvaguardato e moltiplicato il patrimonio che aveva in gestione, con una serie di fortunati investimenti. I consulenti hanno eseguito i desideri dei loro clienti, come sono tenuti a fare, e hanno sempre dato pareri ispirati alla prudenza e al buonsenso.
Nonostante questo, e nonostante le sofferenze che per tutta la vita Roberto aveva patito per il difficile carattere del padre, Roberto non aveva mai smesso di cercarlo. 
Voleva, in qualche modo, cercare un punto d'incontro col genitore perduto che, con ira, fedele a se stesso, si negava.
La sua morte non gliene ha dato il tempo.
Negli Affari di famiglia potete leggere un'attenta ricostruzione di queste vicende, che consente un'efficace rilettura del capitalismo italiano, con le sue luci e le sue ombre.
Emerge anche la superficialità del giornalismo nostrano, che per un buon titolo e una
tesi "netta", si presta volentieri a  fare da cassa di risonanza alle sciocchezze, accantonando
 ogni spirito critico.
 All’epoca della pubblicazione di Onora il padre, molti giornali accolgono
acriticamente la ricostruzione dei fatti fornita da Tommy Berger. Piu` di un giornalista scrive ritratti al vetriolo, o prese in giro, di Berger junior, attingendo alla sola fonte del pamphlet paterno.
*****
In allegato, la querela per diffamazione di Paolo Nodari a Tommaso Berger, un atto giudiziario molto utile non solo per ricostruire quei fatti, ma anche per una lettura in controluce del capitalismo italiano e di certe sue caratteristiche.

http://www.illibraio.it/allegatidef/querela65364.pdf
 


Qui di seguito pubblico il paragrafo del libro Gli Affari di famiglia che contiene la ricostruzione dei fatti.
---
IL CAPITOLO DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA SULL'AFFAIRE BERGER
 
Prima ti affido l’azienda poi ti faccio a pezzi.
Tommy e Roberto Berger
Anche la vicenda di Tommaso Berger detto Tommy e di suo figlio
Roberto dice molte cose su una mentalita` padronale ancor viva in
Italia. A narrare questa storia e` stato lo stesso Tommaso Berger in
un pamphlet intitolato Onora il padre, pubblicato da Marsilio a meta`
del 2007 e diventato un caso nazionale. Il libro ha avuto molto successo,
anche perche´ ne e` stata sostenuta la diffusione attraverso una
campagna pubblicitaria all’insegna del payoff: « Mio figlio ha fatto un
sacco di soldi: i miei ». In pratica, nel libro il padre accusa il figlio di
averlo prima espropriato, e poi di aver sperperato tutto il patrimonio
in investimenti folli e lussi sardanapaleschi. Il tutto, con la complicita`
interessata di un manipolo di consiglieri infingardi.
Se si desse pieno credito alla versione dei fatti in esso contenuta, il
libro potrebbe essere letto come un apologo su quanto sia dannatamente
complicato trasmettere un’impresa, o un grande capitale, a un
figlio privo della fermezza di carattere indispensabile, oltre che delle
competenze tecniche necessarie. Il problema e` che la narrazione di
Tommy Berger, come si vedra` piu` avanti, di credito ne merita poco.
In sostanza, nel libro si racconta della vita di un imprenditore di successo
che, giunto ai sessant’anni di eta`, un po’ acciaccato e disilluso,
convinto che il figlio non sara` in grado di reggere le sorti dell’azienda
la vende, e conferisce il denaro a un trust (istituto della legislazione
inglese creato per garantire le ricchezze di terzi, gestendole con
un’adeguata sorveglianza di consulenti esperti) che dovrebbe amministrarlo.
Ma i figli Donata, Roberto e Simona – secondo quanto sostiene
il padre – riescono a espropriarlo e sperperano le sue ricchezze
in un gorgo senza fine. Il finale e` tristissimo, con l’estromissione di
Tommy Berger dalla gestione del trust, la fine di ogni contatto con
figli e nipoti (secondo quanto scritto nel volume i bambini non hanno
mai conosciuto il nonno), la stesura del libro come unica, amara
consolazione.

Verso i mari del Sud. Tommaso Berger, nato agiato in una famiglia
ebraica viennese (il nonno Ignazio era l’inventore del famoso lucido
da scarpe Guttalin) e diventato povero da adolescente a causa delle
persecuzioni razziali naziste, torna a veder la luce dopo la guerra,
quando il padre, anch’egli geniale inventore e ancor piu` abile commerciante,
fonda la Crippa & Berger, poi Crippa & Berger Fonti Levissima.
E ` la ricchezza, e Tommy riesce a incrementarla ulteriormente.
Negli anni Sessanta la societa` della famiglia Berger diventa uno
dei maggiori gruppi industriali italiani, a capo di Caffe` Hag e di
una galassia di prodotti di largo consumo, soprattutto acque minerali.
Porta la Sangemini da 2 a 60 milioni di bottiglie, la Fiuggi da 4 a
80, la Fabia da 30 a 200, fino al miracolo di « Altissima, Purissima,
Levissima », innalzata a 800 milioni di bottiglie e diventata successivamente
famosissima grazie a un testimonial d’eccezione, lo scalatore
Reinhold Messner. Per non parlare di Ferrarelle e Uliveto. « Perche´ il
principio della Crippa & Berger era questo: creata la nostra rete di
distribuzione, ed eravamo gli unici ad averne una estesa in tutta Italia,
farla funzionare al massimo », racconta l’imprenditore nel libro.
« Col caffe` Hag, percio`, portammo ai baristi man mano una serie di
prodotti di cui avevamo comprato il marchio, come il Diger Selz, l’unico
digestivo che si vendeva al bar anziche´ in farmacia; o di cui avevamo
rilevato la concessione, come l’Old Time Tea, il te` del cilindro,
i Chupa Chups, leccalecca spagnoli, e le caramelle Hag, friabili e a
forma di cuore. » Berger cavalca l’onda, e continua ad arricchirsi.
Poi, alla fine degli anni Ottanta, fiaccato da alcune traversie che
gli piombano addosso con il ciclone di Tangentopoli, inizia a considerare
l’ipotesi di vendere. Lo fa nel 1992, conferendo l’azienda alla
Garma, un gruppo alimentare di cui erano proprietari Raul Gardini
e Giulio Malgara (Garma e` l’acronimo dei due cognomi). L’impresa
e` valutata generosamente, circa 300 miliardi di lire, 150 milioni di
euro. La somma viene conferita a un trust, che a sua volta costituisce
societa` operative guidate da Roberto Berger. In pratica Roberto Berger,
aiutato e sorvegliato da prestigiosi consulenti, avrebbe avuto il
compito di gestire il ricavato della vendita e di incrementarne il valore
investendo in partecipazioni azionarie in imprese considerate
promettenti. Tommy e la sua discendenza sarebbero diventati beneficiari
di un lauto vitalizio che avrebbe garantito loro un’esistenza serena
e dignitosa. O meglio, piu` che agiata. Presa la decisione, con la
sua barca gigantesca, con tanto di marinai, camerieri ed elicottero,
Berger padre si dedica alla navigazione nei mari del Sud, approdando
per lunghi soggiorni a Miami e sempre in compagnia di donne giovani
e avvenenti, due delle quali sarebbero poi diventate sue consorti.
L’arte di demolire la propria creatura. Nelle pagine del suo libro,
Berger senior delinea un ritratto impietoso del proprio rampollo. Il
ragazzo, certo, vanta un curriculum formativo di tutto rispetto: laurea
in Business Economy a Boston, master a Fontainbleau, una prima
esperienza di lavoro alla General Foods di White Plains. Ma il
padre ha sempre nutrito dei dubbi su di lui e sulla sua attitudine
al comando. Marcello Costi, noto manager e consulente aziendale
che negli anni precedenti la vendita era stato assunto da Berger come
proprio collaboratore e coach del figlio, dopo qualche mese gli conferma
l’inettitudine dell’allievo: « Primo, non e` in grado di prendere
decisioni come richiede l’attivita` di imprenditore. E quando prende
una decisione, se si verifica che e` sbagliata, non ha la capacita` ne´ il
coraggio di cambiare strada. Secondo, non riesce a vedere il panorama
nell’insieme ma si limita al dettaglio. Terzo, e` facilmente influenzabile
da persone con un carattere forte ». Questi elementi, cui si aggiungono
« la sua scarsa propensione all’impegno continuato nel
tempo e, insieme, le sue manie di grandezza », sono « il cockatil purtroppo
pessimo che spiega una serie di episodi », scrive ancora Tommy
Berger nel suo pamphlet. E conclude sferzante: « In azienda, mi
riferi` lo stesso Costi, si presentava alle riunioni sempre in ritardo:
l’appuntamento era alle nove, arrivava alle dieci. Si comportava da
classico figlio di papa`, che ha conosciuto il benessere ».

Spesso, nel corso della sua esposizione, Tommaso Berger rimprovera
al figlio di non avergli « obbedito », come se l’assoluta obbedienza
fosse il requisito fondamentale del figlio di un imprenditore.
Il profilo di Roberto Berger che emerge dal libro e` quello di un
figlio di papa` inetto e sprecone.
Quando Berger vende, stando a quanto lui stesso racconta, il figlio
Roberto, invece di essergli grato per averlo reso ricco, avrebbe fatto
maturare in se´ l’odio nei suoi confronti. Che – stando sempre alla
versione di Tommy – sarebbe deflagrato quando Roberto venne arrestato,
e tenuto in carcere per tre giorni, nell’ambito di alcuni strascichi
di Tangentopoli. Per un fatale, incredibile errore giudiziario, il
figlio venne scambiato per il padre e arrestato per qualche giorno. Il
quale, comunque, sara` poi assolto perche´ riconosciuto concusso. Da
qui il libro si dilunga nell’enumerare la sequenza angosciante delle
mosse sbagliate del figlio, e dei suoi investimenti azzardati in aziende
della new economy o che cavalcano innovazioni assurde, come quella
di vendere nei supermercati acqua di rubinetto purificata. Sprechi,
lussi del tutto immotivati. Ma, ancor piu` grave, attraverso l’uso spregiudicato
di norme giuridiche inglesi di difficile comprensione, pressioni
psicologiche, lusinghe, evocazione di falsi pericoli, Tommy Berger
sarebbe stato estromesso dalla gestione del trust. In pratica, sarebbe
stato espropriato del proprio patrimonio a opera del figlio e di
consulenti famosi ma inaffidabili. Fra questi i commercialisti milanesi
Guido e Oreste Severgnini (noti nella comunita` degli affari perche´
tutelano gli interessi di Mediobanca e di altri importanti clienti) e gli
avvocati Paolo Nodari e Agostino Guardamagna, nomi prestigiosi e
ai massimi vertici della professione. Paolo Nodari avrebbe addirittura
usato il denaro del trust per finanziare un’azienda vinicola personale
dalle prospettive – secondo il racconto di Berger senior – assolutamente
incerte. Nel dicembre 2007, Nodari e Severgnini faranno
poi causa a Tommaso Berger per diffamazione, la vicenda giudiziaria
e` ancora in corso nel momento in cui questo libro viene dato alle
stampe.
L’epilogo vede Tommaso Berger solo, fuori da tutto e completamente
inascoltato, anche quando suggerisce al trust alcuni investimenti
interessanti, come la costruzione di un quartiere residenziale
in Florida, Dadeland. E il capitale di 150 milioni di euro affidato al
figlio? Polverizzato.


Mai nella storia un padre ha fatto un cosi` forte
ricorso ai media per sputtanare il figlio
 E i media, si sa, si prestano spesso a fare da cassa di risonanza accantonando
 ogni spirito critico. All’epoca della pubblicazione di Onora il padre, molti giornali accolgono
acriticamente la ricostruzione dei fatti fornita da Tommy
Berger. Piu` di un giornalista scrive ritratti al vetriolo, o prese in giro,
di Berger junior, attingendo alla sola fonte del pamphlet paterno.
Nessuno chiede al figlio che cosa ne pensi. Confrontare le diverse
versioni dovrebbe essere un obbligo per i giornalisti, un obbligo
ancor piu` vincolante quando si parla di un trust, istituzione di diritto
straniero domiciliata all’estero e assolutamente priva di trasparenza,
dato che i suoi bilanci, al contrario di quelli delle societa` per
azioni, delle srl o dei fondi comuni di investimento, non sono depositati
e quindi non possono essere consultati da parti terze. In merito
a un trust, chiunque puo` raccontare cio` che vuole, ed e` molto
difficile smentirlo.
Ma e` tutto vero cio` che e` scritto nel libro? Il bello della storia raccontata
in Onora il padre e` che in molti punti non corrisponde al vero.
Anzi, spesso la verita` e` l’esatto contrario di quanto raccontato nel
libro. Senza bisogno di indagare, basta una lettura smaliziata del
pamphlet per cogliere vistose incongruenze. Viene da chiedersi, per
esempio, perche´ Roberto Berger, ritenuto dal padre debole caratterialmente
e quindi inadeguato a reggere l’impresa, sia invece stato
giudicato idoneo a governare un trust che disponeva di 150 milioni
di euro di liquidita` liberamente investibile. Amministrare un’entita`
che ha il compito di effettuare investimenti e` infinitamente piu` complicato
che gestire un’azienda industriale gia` avviata. E allora perche´
preferire questa soluzione anziche´ quella di affidarsi a un manager
professionista, limitandosi a controllarlo e a esigere da lui buoni risultati?
E poi, che interesse avrebbero avuto i commercialisti piu` ricchi
e famosi d’Italia, ben piu` dello stesso Berger senior, a sottrargli
qualche centinaio di migliaia di euro? Il rischio reputazionale sarebbe
stato ben maggiore dei possibili introiti. Interrogativi del genere
avrebbero dovuto ancor piu` indurre i giornalisti che hanno riportato
la vicenda a sentire Roberto Berger. Buona regola di una stampa corretta
e professionale dovrebbe essere infatti la comparazione di due
versioni di un medesimo evento. Negli ultimi anni, pero`, questa regola
di rispetto del lettore ha lasciato spazio alle invettive che si fanno
leggere piu` facilmente, agli articoli « a tesi » che permettono titoli piu`
efficaci. Senza preoccuparsi del fatto che, agendo cosi`, e` facile correre
il rischio di scrivere sciocchezze. Non hanno intervistato Roberto
Berger per via dell’inaccessibilita` del personaggio? Della scelta, da
parte sua, di negarsi ai media mantenendo la riservatezza? Non e` proprio
cosi`. Per entrare in contatto con Roberto Berger non occorre armarsi
di pazienza e di una nutrita dose di cocciutaggine. Non bisogna
insistere e ancora insistere per fare breccia in un muro di dinieghi.
No. E ` sufficiente digitare il suo numero di telefono che figura
sull’elenco. Roberto Berger non riaggancia il ricevitore in malo modo
quando sente che all’altro capo del filo c’e` un giornalista desideroso
di ascoltare la sua versione dei fatti ma, con la massima serenita`, fissa
con lui un incontro due giorni dopo. E in quella occasione spiega la
sua scelta di non esporsi di propria iniziativa per contestare le accuse:
« Portare uno scontro tra padre e figlio sulle pagine dei giornali e` una
cosa terribile. Gia` e` molto brutto quello che e` successo, con l’uscita
del libro e tutto quanto. Figuriamoci proseguire la lite. E poi andare
avanti avrebbe significato infierire su mio padre. Troppo. Meglio
sperare che la gente dimentichi. E ` gia` successo con cose piu` importanti
e gravi di questa, accadra` anche ora ». Berger non teme per la
propria reputazione: « Chi mi conosce sa come sono andate le cose.
Chi non mi conosce non mi interessa, e poi dimentichera`. Il tipo di
business che faccio io non ha bisogno di notorieta` di massa. Si accontenta
del prestigio accumulato nel mondo degli addetti ai lavori. E
posso assicurare che e` tanto ». E difende la propria strategia di investimenti:
« Non nego che sono stati fatti alcuni investimenti in perdita.
Ma e` la normale ripartizione del rischio di una societa` che agisce
come un fondo di private equity ». Quello che dice il giovane Berger
corrisponde a realta`. La logica del private equity e` che su dieci investimenti
quattro naufragano, due vanno cosi` cosi` e quattro sono un
successo. Questi ultimi dovrebbero ripagare ampiamente gli investimenti
in perdita. « Nel nostro caso la diversificazione del rischio e` ancora
piu` spinta », precisa Roberto Berger. « Dato che il nostro capitale
e` limitato rispetto a quello dei grandi fondi di private equity, abbiamo
deciso di fare molti investimenti di piccolo taglio e con elevata
esposizione al rischio ma altrettanta elevata possibilita` di rendimento.
Un approccio che finora ha generato molto valore. » A suo dire, durante
i dieci anni della sua gestione il capitale del trust sarebbe notevolmente
cresciuto. E questo soprattutto grazie a cinque investimenti
importanti e profittevoli. Due societa` quotate: Saes Getters e Interpump.
Due start-up: Telsey e Novamont. E la Fingruppo di Chicco
Gnutti, holding che un tempo controllava la Hopa, la societa` che insieme
ai Colaninno aveva scalato Telecom Italia alla fine degli anni
Novanta, con plusvalenze cospicue.
Roberto Berger per un periodo ha fatto parte del consiglio di amministrazione
di Fingruppo. E quando e` uscito dalla partecipazione,
liquidando l’investimento, ha ricavato una plusvalenza di cinque milioni
di euro. Cifra che avrebbe potuto essere ben piu` abbondante se
la vendita della quota societaria non fosse avvenuta all’inizio del
2001 su insistenza del padre. Se invece fossero usciti nell’estate dello
stesso anno (e cioe` quando Tronchetti compro` Telecom con un sostanzioso
premio di maggioranza per Colaninno, Gnutti e soci) come
voleva Roberto, ci sarebbero stati altri due milioni di euro.
Le affermazioni di Berger junior sono in buona parte verificabili.
Certo, il bilancio del trust, che ha sede nell’isola di Guersey, e` inaccessibile.
Ma e` pubblico quello del suo braccio operativo italiano, la
Berger Trust spa, che ogni anno deposita regolarmente i suoi conti
all’archivio della Camera di commercio. La spa e` qualcosa di diverso
dal trust che la controlla ma ci sono ottime ragioni per pensare che la
lettura dei bilanci porti assai vicino alla verita`. Dalla consultazione
dei conti della Berger Trust spa emerge un quadro positivo. Il bilancio
2006 registra un utile di 7,9 milioni di euro. L’utile 2005 e` piu`
basso (evidentemente dipende dalle partecipazioni che sono state
vendute in quell’anno) ma e` comunque di 520mila euro. Nel
2004 e` di 5,2 milioni. Nel 2003 c’e` invece una minusvalenza di circa
un milione. Vediamo ora un breve esame dei conti delle principali
societa` partecipate, facendo anche qualche ipotesi sulle loro prospettive
future. Saes Getters e Interpump sono due aziende meccaniche a
elevato contenuto di tecnologia. Il fatturato della prima e` passato dai
132,9 milioni del 2005 ai 167,2 del 2007. L’utile e` sbalorditivo: nel
2004 era del 12% (16,1 milioni) e nel 2007 del 20,8 (34,9 milioni).
Il valore del titolo e` passato dai 6 euro del 1998 ai 17 dei primi mesi
del 2008. Nel 2006, quando la Borsa era ai massimi, ha raggiunto i
30 euro.

Il fatturato di Interpump e` invece diminuito, ma solo per effetto
della cessione di un ramo d’azienda, passando dai 531,7 milioni di
euro del 2004 ai 432,2 del 2007. Anche in questo caso l’utile e` molto
consistente, pari al 12% nel 2006 e al 9,5 nel 2007. Il titolo e` lievitato
dai 3 euro di valore del 1998 agli attuali 6,5. Ma prima della
crisi borsistica del 2007 ha anche raggiunto massimi di 9 euro.
Tutte e due le aziende hanno sempre erogato dividendi generosi ai
loro azionisti. Dividendi che, secondo Berger junior, avrebbero gia`,
da soli, ampiamente ripagato l’investimento iniziale.
La Telsey e` un’impresa, non quotata in Borsa, che ha sede a Treviso
ed e` attiva nelle infrastrutture per la telefonia. Berger Trust e`
azionista al 21,75%. Secondo una visura camerale, il fatturato e` passato
dai 41 milioni di euro del 2004 agli 89 del 2007. Nel 2004 l’utile
era di un milione di euro. Nel 2006 e` sceso ad appena 42mila
euro, probabilmente per effetto degli investimenti che hanno reso
possibile il raddoppio del fatturato in appena tre anni.

La Novamont e` un’azienda che gli esperti considerano molto promettente
perche´ attiva nella produzione di sostanze chimiche ecocompatibili.
Tra i prodotti di punta, sacchetti per la spesa identici
a quelli tradizionali in plastica ma con la caratteristica di decomporsi
nell’ambiente senza produrre sostanze inquinanti. Dal 2000, quando
Berger Trust ha comprato una quota del capitale sociale pari al 9,8%,
al 2006 il fatturato e` passato da 19 a 41,5 milioni di euro. Nel 2000
la societa` perdeva 3,2 milioni di euro, per gli effetti dell’avviamento.
Nel 2006 l’utile era di 1,2 milioni. Le prospettive sono di raddoppiare
utili e fatturato nel giro di pochi anni, gia` prima del 2010. Soprattutto,
la Mater-Bi Novamont sta acquisendo una fama mondiale. Le
potenzialita` dei suoi prodotti – che risolvono in modo economico ed
ecologicamente compatibile vari problemi industriali – la rendono
un caso di eccellenza del made in Italy. Come dimostra il successivo
ingresso nel suo capitale, accanto a Berger Trust spa, di Banca Intesa
e del fondo Investitori Associati.

Questi cinque investimenti sono omessi nel libro del padre, o citati
molto rapidamente. Un’omissione che toglie credibilita` al pamphlet.
L’esame di realta` prosegue con un’ulteriore scoperta. Dadeland, il
quartiere della Florida nel quale Berger senior avrebbe voluto investire
contro il parere del figlio e degli advisor del trust, risulta poi fallito.
Pochi giorni prima che la stesura di questo libro fosse completata,
Roberto Berger mi ha inviato una lunga lettera. « Nel recente passato,
in seno alla nostra famiglia, si e` generato un acceso conflitto dovuto a
significative divergenze su scelte di business », vi si legge. « Quindi,
nel momento in cui papa` ha cercato di forzare delle decisioni, violando
le regole di governance delle strutture societarie, ne e` nata una violenta
crisi che ha avuto dei riscontri giudiziari. Successivamente si e`
arrivati a un accordo, lungamente negoziato, che e` stato sottoscritto
spontaneamente da tutte le parti coinvolte (ivi incluso il trust) ed e`
stato in seguito approvato dal Tribunale competente. Tale accordo
avrebbe dovuto sancire una definitiva pacificazione. » Il giovane Berger
mette in luce che nel libro del padre non e` contenuta una corretta
esposizione dei fatti. In particolare, si riscontrerebbe tra le sue pagine
« una continua confusione fra patrimonio personale e societario; il
patrimonio personale del papa` e` rimasto estraneo a tutte queste vicissitudini;
le divergenze nelle scelte di business nascono dalla volonta`
del papa` di allocare il patrimonio in un numero ridotto di iniziative
imprenditoriali, determinando cosi` una forte concentrazione degli
investimenti per settore, valuta e zona geografica; l’impostazione
che mio padre avrebbe voluto imporre non era condivisibile da un
punto di vista tecnico-aziendale. A posteriori, una tale impostazione
si sarebbe rivelata significativamente inadeguata per diversificazione,
rischio e rendimento ». Il memoriale sottolinea poi che il trust e` stato
sempre governato con il supporto di professionisti « scelti dal papa` e
che lo hanno assistito per decenni », e che prima della crisi il padre
avrebbe sempre indirizzato e condiviso le principali decisioni societarie.
Pertanto, anche la situazione attuale sarebbe la conseguenza di
scelte effettuate dal padre, o comunque con il suo consenso. Per
quanto riguarda il patrimonio, Berger junior scrive che: « Si e` comunque
accresciuto [...] sono sempre stati erogati dividendi alla famiglia e
sono stati sostenuti ingenti costi non inerenti al core business; ancor
oggi il papa` e` il maggior beneficiario del patrimonio del trust ».
Gli stessi concetti vengono ribaditi nella querela per diffamazione
che i professionisti citati nel libro hanno presentato al Tribunale di
Venezia nel dicembre 2007. Nell’atto vengono citati e allegati una
serie di documenti che dimostrerebbero che non c’e` stata alcuna
espropriazione. Tutto si sarebbe svolto in ossequio alle volonta` del
signor Berger, come viene dimostrato da alcuni documenti e lettere
autografe acclusi all’atto. Anzi, a loro avviso non ci sarebbe stata alcuna
emarginazione di Tommaso Berger, che avrebbe sempre conservato
un ruolo centrale. Infatti, anche se Berger senior si era volontariamente
spogliato dei suoi poteri dal punto di vista formale, « nel
settembre 2003 si e` giunti a un accordo circa le modalita` di decisione
in seno alle societa` del trust, in base al quale le decisioni principali
sarebbero [state] per il futuro adottate dal medesimo signor Tommaso
Berger, dai Protectors e dai Beneficiari (Roberto, Donata e Simona
Berger) con voto prevalente, in caso di parita` dei voti, attribuito al
signor Tommaso Berger come presidente di vari consigli di amministrazione
». Cosi` si legge nel testo della querela, che sottolinea anche
che « nell’ambito di tale accordo venne addirittura formalizzato il potere
di veto in capo allo stesso Tommaso Berger per quanto concerneva
i nuovi investimenti di private equity ». Dalle carte dei professionisti
querelanti emerge un’altra verita` che nel libro e` completamente
taciuta. E cioe` l’esistenza di un secondo trust, parallelo a quello gestito
da Roberto Berger, e destinato soltanto ad assicurare un elevato
tenore di vita al padre Tommy Berger. Scrivono i professionisti che
« il signor Tommaso Berger, proprio in virtu` della transazione del 5
dicembre 2006, e` tornato a essere il maggior beneficiario del trust in
termini economici. Per potergli assegnare il beneficio annuo ivi previsto
(che peraltro supera di gran lunga quello attribuito e prevedibile
per ciascuno degli altri beneficiari, e cioe` coloro che secondo il libro
banchetterebbero a spese del signor Tommaso Berger) e` stato appositamente
costituito un altro trust, al quale e` stata conferita questa
obbligazione, con i denari necessari a garantirla e pagarla ». Le cifre
sarebbero queste: disponibilita` dello yacht e dell’elicottero annesso
senza alcun corrispettivo, 2,2 milioni di dollari all’anno per i successivi
nove anni, e 700mila dollari pagati al momento dell’accordo.
A stabilire se il pamphlet di Tommy Berger sia diffamante oppure
no saranno i giudici. Qualunque cosa dira` la sentenza, non avra` conseguenze
sullo squarcio di tristezza aperto da questa storia. E sulla natura
ancora arcaica, patriarcale, di tanta parte degli affari di famiglia



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RECENSIONE DI SALVATORE BRAGANTINI SULLE PAGINE DI ECONOMIA DEL CORRIERE DELLA SERA


Ecco la recensione che Salvatore Bragantini (noto economista ed ex Commissario Consob) ha dedicato agli Affari di famiglia.
Questa recensione mi fa particolarmente piacere perché ho grande stima del suo autore, uno dei pochi economisti a mettere in luce i vizi del capitalismo italiano, il suo parassitismo e la sua corsa verso la deriva. Il suo libro "Capitalismo all'italiana. Come i furbi comandano con i soldi degli ingenui", ha aperto un filone, seguito poi da Massimo Mucchetti (Licenziare i padroni, Feltrinelli 2002), da Giorgio Meletti e Gianni Dragoni (La paga dei padroni, CHiarelettere 2008) e da me (Gli affari di famiglia, Longanesi 2009). Inoltre Bragantini, che ha partecipato a una presentazione del libro che si è tenuta di fronte alla platea qualificata degli alumni Insead, ha dimostrata grande attenzione, e ha letto il libro con molto senso critico. Anche per questo motivo, la recensione esce a così grande distanza di tempo rispetto all'uscita del libro in libreria. Eccola qua.
 
http://www.illibraio.it/allegatidef/corriere_2009091165363.pdf


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LA SERVITU' VOLONTARIA E LA PAROLA COME ARMA

A mio giudizio è più pericolosa la servitù volontaria, che trasforma l'asservito in complice dichiarato.
Del resto, per il "capo" la servitù volontaria è la cosa più vantaggiosa perché gli consente l'alibi di negare ogni censura, di negare di aver mai ordinato a qualcuno di proibire questa cosa o quell'altra
(...)
La parola è una delle prime vittime del dispostismo di tutti i colori. Purtroppo è la stessa società che collabora con flaasa innocenza a questa operazione di cosmesi politica che parte dall'alto. 
Ma i maggiormente colpevoli sono quei mezzi di comunicazione che adottano prontamente la voce del padrone anche quando danno l'impressione di contestarla. Il processo di inganno sui tutti siamo sottoposti permanentemente ha molti capitoli. La perversione della parola è uno di questi capitoli e non certo dei meno minacciosi. 
José Saramago, intervistato da Paolo Flores D'Arcais durante la presentazione milanese del suo libro "Il Quaderno", edito da Bollati Boringhieri.
Il libro doveva uscire da Einaudi, che l'ha censurato per cinque righe di critica a Silvio Berlusconi


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IL TORMENTO DEL GIORNALISTA ECONOMICO

Uno dei tormenti di noi giornalisti economico-finanziari è cercare di render brillanti, o perlomeno interessanti, o al limite non troppo noiose, certe interviste fatte ai protagonisti del mondo economico.
Star che governano imperi da miliardi di euro, e dalle quali ti aspetteresti chissà che pensieri e che visioni. Invece, per quanto tu scavi, ne escono fuori banalità assolute. Ovvietà scontate e già dette mille volte. Il luogo comune della vecchia zia.
L'assenza di contenuti da parte della nostra elite dirigente economica è veramente drammatica. 


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GLI AFFARI DI FAMIGLIA SU WIKIPEDIA



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SI E' SPENTO TOMMASO BERGER

Geniale, pieno di creatività e di voglia di vivere, grande lavoratore, mai stanco, innovatore instancabile, irascibile, capace di grandi slanci e di enormi collere, soggetto ai mutamenti d'umore, grande amante delle donne, dei viaggi e dei sigari cubani. Tommaso Berger era così.
In Italia, è stato l'inventore del Caffé Hag, della Acqua Levissima e di altri prodotti che hanno lasciato il segno nel mondo del largo consumo.
Nel 2007, quando si era ormai ritirato dagli affari, rese pubblica la sua biografia e le sue liti col figlio Roberto in un libro, "Disonora il padre" (Marsilio) nel quale mischiava la sua biografia e il racconto della sua avventura imprenditoriale con un violento j'accuse al figlio Roberto. Soprattutto, mischiava notizie vere con notizie false, false anche se lui se ne era innamorato al punto da crederle vere.
Il figlio, in realtà un capace manager, veniva accusato ingiustamente di averlo depredato del suo patrimonio, che in realtà aveva salvaguadato e molitplicato.
Nonostante questo, e nonostante le sofferenze che per tutta la vita Roberto aveva patito per il difficile carattere del padre, Roberto non aveva mai smesso di cercarlo. 
Voleva, in qualche modo, cercare un punto d'incontro col genitore perduto che, con ira, fedele a se stesso, si negava.
La sua morte non gliene ha dato il tempo.
Negli Affari di famiglia potete leggere un'attenta ricostruzione di queste vicende, che consente un'efficace rilettura del capitalismo italiano, con le sue luci e le sue ombre. 



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CHE COSA VUOL DIRE LIBERTA' DI STAMPA

«Libertà di stampa vuol dire fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come se fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare senza una logica di schieramento. 
Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non una opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito di chi la esprime». 
ROBERTO SAVIANO, REPUBBLICA, 2 OTTOBRE 2009


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RECENSIONE DI SALVATORE BRAGANTINI SULLE PAGINE DI ECONOMIA DEL CORRIERE DELLA SERA

Ecco la recensione che Salvatore Bragantini (noto economista ed ex Commissario Consob) ha dedicato agli Affari di famiglia.
Questa recensione mi fa particolarmente piacere perché ho grande stima del suo autore, uno dei pochi economisti a mettere in luce i vizi del capitalismo italiano, il suo parassitismo e la sua corsa verso la deriva.






 file:///Users/filippoastone/Desktop/BRAGANTINI.pdf


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QUERELE E SCHIENA DRITTA

Purtroppo le querele in Italia non sono fatte per risarcire chi patisce un torto, ma spesso sono un bazooka puntato contro l'avversario, per dire "se ti muovi contro di me, ti sparo".
Questo è vero soprattutto per i giornalisti.
La giustizia non serve a tutelare i cittadini comuni, difendendoli da eventuali torti subiti, ma solo a minacciare i giornalisti. Se poi c'è un uomo d'azienda contro un singolo giornalista, il manager non rischia niente e con le minacce legali evita che si parli di lui in modo che non gradisce, il singolo giornalista rischia tutto.
Le minacce, però, funzionano se il minacciato mostra di aver paura.
Pertanto io ho deciso di seguire la seguente linea di condotta.
Quando un potente mi minaccia, rispondo così:
"QUERELATEMI PURE, MI FATE UN FAVORE. Manderò la QUERELA ALLE agenzie di stampa (ribadendo, per l'occasione, i fatti che hanno condotto alla querela) seguita da una mia dichiarazione, chiamerò i colleghi degli altri giornali, denuncerò la cosa al...la mia corrente sindacale, suonerò le trombe e le fanfare, farò la vittima e mi farò ancora più pubblicità."
Fino ad oggi ha funzionato.

 



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GRANDIOSO ARTICOLO DI ALBINA PERRI SU LIBERO NEWS

Il libro/ Affari di famiglia
La dura vita dei figli di papà

La parola rampollo vuol dire germoglio, ma chissà perché a tutti fa venire in mente quel volatile un po' stordito che si cucina lento allo spiedo. Ai rampolli, intesi come figli di papà, è rivolta spesso la rabbia, e la frustrazione, delle persone "normali", quelle che per arrivare da qualche parte devono sudare le famose camicie. La casta, che sia politica o economico-finanziaria, ci fa innervosire: eccolo lì, quello meno preparato, alla guida di qualcosa per il solo fatto di portare un certo cognome. L'equazione "figlio di" uguale grosso pollo un po' inebetito dalla vita comoda e dagli agi, però, non sempre è vera. Lo dimostra la lettura del libro "Affari di Famiglia" del giornalista del Mondo, Filippo Astone (Longanesi, pp.363, 18,60 euro).

I figli di papà, dice Astone, non sono il male per forza: ci sono casi, vedi la carrozzeria Bertone, in cui le rampolle han fatto disastri, altri, vedi Alessandro Benetton, che alla sua azienda ha fatto solo del bene. I Caltagirone, i Colaninno, i De Benedetti, i Marzotto, i Marcegaglia, e altre importanti famiglie italiane, sono passate al setaccio: il passaggio di poteri tra patriarca e discendenza a volte è andato alla grande, altre volte è stato un flop. "Quando l'azienda italiana è considerata roba di famiglia, della quale disporre come meglio si crede, senza riguardi per nessuno", dice Astone, "di solito finisce male". La casta economica porta le aziende sull'orlo della disgrazia. "In Italia, l'83% delle imprese fa capo a dinastie imprenditoriali. In mano loro vi è il 50% dei grandi gruppi. Secondo altre stime, in Italia il 62% delle medie imprese quotate appartiene a famiglie, contro il 45% di Francia e Germania e il 10% degli Stati Uniti". Per questo è importante il tema della successione, e che il rampollo in questione sia economicamente ben educato.

Il rampollo buono: Lapo-
A testimonianza di chi, nonostante il cognome, ha trovato il modo di giocare in prima persona, Astone ha portato Lapo Elkann. Martedì il figlio di tanta famiglia, così chiacchierato in passato, ha mostrato di essere un grintoso sognatore in un incontro allo Iulm, l'Università della comunicazione di Milano. "Non mi sento rampollo", dice. "Io sono solo un azionista delle aziende di famiglia, non opero, non sono nei cda". In realtà Lapo fa parte coi fratelli dell'accomandita che controlla Exor, ora orfana di Susanna Agnelli. La quale Exor ha il controllo, in parte, di Fiat, Rcs, Juventus e Alpitur, solo per dirne alcune. Dopo i problemi degli anni scorsi, però, Lapo ha lasciato la parte "attiva" a John, e ha cercato la sua strada: "mi piacciono quelle di campagna, perché sono più difficili e meno scontate", dice. Per questo ha creato dal niente, con gli amici di sempre di cui è socio, un'impresa (la La srl) che punta tutto sul made in Italy, "2.0, cioé aperto al retail su web", e un'altra di comunicazione (Indipendent Ideas). Pensa a lanciare una nuova Vodka, con la I di Italia, e la Triennale in America, in Corea e in Cina. Punta sul marketing, e sulle nuove tecnologie. "L'Italia", dice nel libro, "è un Paese vecchissimo, con ragatele di collegamento fra poteri che sono molto solide. Geronti che si proteggono a vicenda. Alla minoranza che comanda non conviene affatto rompere queste ragnatele. L'innovazione fa paura". E, come dice Astone, "fa un po' impressione sentire queste parole da uno degli ultimi discendenti di una famiglia che proprio su queste ragantele di poteri ha costruito una parte significativa delle sue fortune". Ma Lapo lo sa: "Non posso che dire grazie al nonno di mio nonno. Io, però, sono Lapo. Non è tanto questione di look, quanto di modo di essere. Quel che conta è essere veri, perché la gente non si prende per i fondelli. Tutti abbiamo debolezze e punti di forza, e dobbiamo usare entambi al meglio". Poi finisce: "L'importante è non avere paura: paura di perdere la poltrona quando si dice la verità. Tanta gente in Italia è attaccata alla poltrona". E il coraggio di scrivere quel che pensa, Astone lo ha avuto: prova ne è il fatto che su internet il suo libro, intitolato "Tesoro di papà", figura tra i volumi in programmazione da Rizzoli. Però "non è disponibile", ed  lì senza copertina: la Rizzoli lo ha pagato e fatto prenotare dalle librerie. Ma poi, all'ultimo, non lo ha pubblicato. Il coraggio, alla fine, non è affare di tutti.

Albina Perri


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GLI AFFARI DI FAMIGLIA AVEVANO GIA' ANTICIPATO LA CRISI SAFILO-TABACCHI

 


E' di oggi la notizia che i fondi di private equity hanno rifiutato di proseguire le trattative per entrare nell'azionariato di Safilo, seconda azienda italiana ed europea di occhiali.
La notizia è di particolare gravità per l'azienda padovana (un miliardo di euro di fatturato) che ora - come riportano i quotidiani - rischia di venire smembrata o, nel migliore dei casi,
acquisita dai concorrenti. Insomma, la stessa sopravvivenza di Safilo così come la conosciamo oggi viene messa in discussione-
Alla base di questa situazione c'è la gestioen della famiglia Tabacchi, con alcuni errori che erano stati raccontati già nel libro di Filippo Astone GLI AFFARI DI FAMIGLIA, edito
da Longanesi e ormai giunto alla terza edizione. Come è noto, i libri vengono chiusi redazionalmente con molto anticipo rispetto all'arrivo in libreria. GLI AFFARI DI FAMIGLIA, che 
è entrato in commercio il 21 maggio 2009, è stato chiuso redazionalmente il 15 gennaio 2009.
Ecco il capitolo dedicato alla famiglia Tabacchi.  


Affari di famiglia a Padova. Massimiliano Tabacchi 
Chi e` l’uomo piu` adatto per guidare una multinazionale quotata, con 
1,2 miliardi di euro di fatturato, il titolo che crolla in Borsa e 8000 
dipendenti? A questa domanda Vittorio Tabacchi, maggior azionista 
e presidente di Safilo, secondo produttore mondiale di occhiali, ri- 
spose senza esitazioni: suo figlio. E chi altri? Il figlio in questione 
si chiama Massimiliano, e` nato nel 1970, si e` laureato in economia 
a Padova, e dal 2006 – dopo un biennio di formazione alla Otis 
(ascensori, gruppo americano United Technologies) e cinque anni 
di lavoro in azienda – e` diventato co-amministratore delegato di Sa- 
filo al fianco di Claudio Gottardi, manager cinquantenne di grande 
esperienza, in precedenza capo della filiale americana di Safilo. Il ti- 
tolo di « co-amministratore delegato » e` stato inventato in Safilo ap- 
posta per Massimiliano: in pratica l’azienda aveva due amministrato- 
ri delegati, uno dei quali, Massimiliano appunto, era mezzo gradino
sotto l’altro. Nel luglio 2008, dopo le improvvise dimissioni dell’am- 
ministratore delegato Claudio Gottardi, Massimiliano e` diventato il 
capo azienda, con i galloni di amministratore delegato e di vicepre- 
sidente esecutivo. 

UNA STORIA DI FAMILISMO ITALIANO
Il caso Tabacchi-Safilo e` la storia di una famiglia imprenditoriale 
alle prese con il rallentamento del fatturato e degli utili e soprattutto 
con una crisi borsistica da record: nel periodo di tempo compreso fra 
il novembre 2005 (data dell’ipo) e l’ottobre 2008 il titolo ha perso 
l’80% del suo valore, crollando da 4,9 a un euro. 
La risposta alla crisi? Dare pieni poteri al figlio dell’azionista di 
maggioranza, un manager dotato di tanta buona volonta` e di un bre- 
ve curriculum. Una risposta che ha ulteriormente inasprito l’atteggia- 
mento dei mercati che, come vedremo, hanno continuato a punire la 
Safilo. 

DA EMIGRANTI NEGLI USA A SIGNORI DEGLI OCCHIALI
Massimiliano e` l’ultimo discendente di una dinastia industriale cominciata con il 
nonno Guglielmo, che da Calalzo di Cadore, nel cuore della storica 
valle dell’occhialeria europea e mondiale, era emigrato negli Stati 
Uniti, dove aveva fatto fortuna con le gelaterie italiane. Una fortuna 
tale da potersi permettere, ogni anno, ad agosto, le vacanze in paese. 
Nell’estate del 1934, Guglielmo viene a conoscenza della crisi del lo- 
cale stabilimento di occhiali, la Safilo, acronimo di Societa` azionaria 
fabbrica italiana lavorazione occhiali. L’emigrante ci pensa su e deci- 
de di acquistarla. La vacanza da` inizio a un’avventura che portera` la 
Safilo prima al risanamento e poi a diventare un’industria grande e di 
successo, in particolare dagli anni Settanta, quando l’occhiale si tra- 
sforma da strumento medico ad accessorio fashion. E poi, negli anni 
Ottanta, l’accessorio fashion diventa fenomeno di massa. Insomma, e` 
boom. Tutti, dall’impiegato al manager, dal professore allo studente, 
indossano lenti griffate Armani o Versace. Gli occhiali anonimi e pe- 
santi di una volta, costruiti pensando solo alle loro proprieta` corret- 
tive, spariscono dalla circolazione. All’epoca il capo della Safilo e` gia` 
Vittorio Tabacchi, coadiuvato dai fratelli Dino e Giuliano. Vittorio, 
molto attento alle innovazioni nel campo dei materiali, registra 28 
brevetti con la sua firma. 
E` il periodo della Milano da bere e dei Ray-Ban indossati da Tom
Cruise nel film Top Gun e da una categoria che va per la maggiore: i 
paninari. Cosi `, per quattro aziende venete e` boom a livello mondiale. 
In ordine di grandezza sono Luxottica, Safilo, De Rigo e Marcolin. 
Tutte cavalcano l’onda e diventano ricche multinazionali, collabo- 
rando intensamente con gli stilisti. Oggi la societa` della famiglia Ta- 
bacchi ha trenta licenze fra le quali Armani, Pierre Cardin, Valenti- 
no, Fossil, J.Lo by Jennifer Lopez e Banana Republic. 

UNA QUOTAZIONE SOFFERTA E COMPLICATA
Una quotazione complicata. Nella seconda meta` degli anni Novan- 
ta, Safilo ha sofferto a causa delle traversie della famiglia che l’ha fon- 
data e gestita. Vittorio, il maggiore, era da tempo in forte disaccordo 
con i due fratelli Dino e Giuliano. Per porre fine alla disputa, si de- 
cise che Vittorio avrebbe liquidato gli altri due e sarebbe diventato 
l’unico azionista di riferimento della societa`. 
Tutto sarebbe avvenuto tramite un’operazione che in termini tec- 
nici si chiama « leveraged buy out » e che avrebbe anche portato alla 
quotazione in Borsa. 
Cosi `, nel 2001 la Safilo e` stata tolta dal listino tramite un’opa. 
Vittorio Tabacchi e i suoi stretti famigliari hanno costruito una 
societa` che si e` indebitata per pagare le quote azionarie dei fratelli Di- 
no e Giuliano. Terminata l’opa, la societa` veicolo si e` fusa con la Sa- 
filo trasferendole i suoi debiti, e, contemporaneamente, Credit Suisse 
First Boston Private Equity e` entrata nell’azionariato. Con la quota- 
zione in Borsa, Credit Suisse e` uscita e una parte dei debiti sono stati 
coperti. 
Nel frattempo, Dino e Giuliano si mettono in proprio, dedican- 
dosi a ottimi affari. Il primo compra quote di varie aziende, fra cui 
l’autostrada Brescia-Padova. Giuliano Tabacchi acquista invece la ca- 
tena di occhialerie Salmoiraghi & Vigano` , con una intuizione molto 
felice, perche´ in questo mercato i margini piu` ricchi sono di chi ven- 
de gli occhiali, non di chi li produce. 

BUONI AFFARI PER TUTTI MENO CHE PER I PICCOLI INVESTITORI
Facendo i conti, in buona sostanza e` avvenuto che nel 2001 e` stata 
tolta da Piazza Affari una Safilo che aveva 49 milioni di utile netto e 
129 di debiti. Nel 2006, con la quotazione in Borsa e` stata restituita 
a Piazza Affari una Safilo che aveva il bilancio in rosso e oltre 700 
milioni di debiti. 
Durante la quotazione, comincio` a girare la voce che la societa`
stesse per perdere la licenza di produzione degli occhiali Ralph Lau- 
ren, che all’epoca valeva circa il 10% del fatturato. Voce sempre 
smentita dai vertici aziendali. Pero` pochi giorni dopo il debutto a 
Piazza Affari, Ralph Lauren firmo` un contratto decennale con Luxot- 
tica abbandonando Safilo. 
Piccoli azionisti poveri, amministratori ricchissimi. In quegli anni 
Safilo aveva per amministratore delegato un manager esterno, Rober- 
to Vedovotto, proveniente dalle file di Morgan Stanley. Vedovotto 
ha lasciato subito dopo la quotazione, all’inizio del 2008, per ragioni 
che non sono mai state rese pubbliche. Nel libro di Gianni Dragoni e 
Giorgio Meletti La paga dei padroni si sollevano alcune perplessita` 
sull’entita` e sul metodo con il quale Vedovotto e` stato retribuito. So- 
lo nel 2005, l’allora amministratore delegato della Safilo ha percepito 
due milioni di euro di retribuzione e 8,5 milioni di premio per la 
quotazione. Una cifra superiore all’intero utile che l’azienda produce 
in quell’anno. Nel 2006, per poco piu` di sei mesi di lavoro, Vedo- 
votto percepisce 7,4 milioni di euro. 

...E VAI CON LE STOCK OPTION!!
Poco prima di approdare in Borsa, Safilo ha varato un piano di 
stock option in favore di alcuni consiglieri di amministrazione, in pri- 
mis Vittorio Tabacchi (beneficiario di incentivi pari a due milioni di 
euro) e il figlio Massimilano. Da notare che il piano prevedeva la tra- 
sformazione delle opzioni in azioni, e la contestuale vendita sul mer- 
cato, contemporaneamente al debutto della societa` a Piazza Affari. 
Come se nemmeno i vertici di Safilo fossero sicuri della tenuta del 
prezzo dopo la quotazione. 
Appena arriva in Borsa, il titolo Safilo comincia un’inarrestabile 
discesa verso il basso. Il prezzo iniziale di 4,9 euro non tiene nemme- 
no per un giorno. Nell’ottobre del 2008 si arriva a quota un euro. 
Con la quotazione di Safilo, in pratica, Vittorio e il figlio Massimi- 
liano sono riusciti a far fronte ai debiti e a prendere pieno possesso 
dell’azienda di famiglia. Ma i risparmiatori che hanno creduto nel 
titolo ci hanno rimesso oltre l’80% dei loro denari. 
Che il prezzo di ipo pari a 4,9 euro fosse troppo alto e` dimostra- 
bile, oltre che attraverso l’analisi dei fondamentali, andando a vedere 
le transazioni che sono state fatte nei mesi precedenti la quotazione. 
Dal 2003 al 2004, come ha scritto anche Il Sole 24 Ore, transazioni
tra i fratelli Tabacchi sono intercorse a prezzi fra i 2,8 e i 3,2 euro. 
Inoltre, l’ingresso di Credit Suisse nell’azionariato della societa` e` av- 
venuto a fine 2002 a un prezzo per azione pari a 3,24 euro. Come 
dire, insomma, che i comuni mortali in Borsa hanno pagato 4,9 euro 
cio` che le parti vicine alla famiglia imprenditoriale hanno invece pa- 
gato 3,2 euro, o anche meno. 
Tutti i fatti che stiamo raccontando sono avvenuti nel rispetto 
della legge e delle normative di Borsa. Ma non sono certo eleganti. 
Non stupisce, quindi, che il mercato abbia punito il titolo. 
Perche´ il titolo crolla. Il crollo del titolo Safilo ha conosciuto tre fa- 
si. La prima si puo` spiegare con i multipli troppo elevati con i quali e` 
stato portato in Borsa e con la perdita della licenza Polo Ralph Lau- 
ren annunciata subito dopo la quotazione. A deprimere l’azione ha 
anche contribuito l’indebolimento del dollaro, un trend che divente- 
ra` sempre piu` strutturale proprio nel 2006. La seconda fase del crollo 
si spiega con due fattori che sono intervenuti contemporaneamente: 
la tiepidezza degli investitori verso i margini modesti della societa`; la 
discesa delle Borse mondiali. 
I margini risicati sono il maggior problema industriale di Safilo. 
Attualmente l’utile e`, a seconda degli esercizi, compreso fra il 3% e il 
4% del fatturato. Luxottica, il maggior concorrente di Safilo, ha un 
utile tra il 10% e il 12%. Questa differenza di performance si spiega 
con i cospicui investimenti che Luxottica ha fatto nella distribuzione, 
aprendo oltre 4000 negozi in giro per il mondo. Nel settore dell’oc- 
chialeria, chi controlla i punti vendita riesce a indirizzare con piu` fa- 
cilita` la clientela verso i propri prodotti e a venderli a un prezzo piu` 
alto. Attualmente, Safilo ha circa 150 negozi, e ha presentato agli in- 
vestitori un piano per arrivare a controllarne 700 entro il 2012. 
Ma torniamo alle vicende borsistiche. Nella terza e ultima fase di 
crollo del titolo Safilo, quella che tra la primavera e l’estate del 2008 
ha visto l’azione della societa` dimezzarsi da due a un euro di prezzo, 
alcune brutte notizie si sono sommate a un avvicendamento manage- 
riale del quale la societa` non ha mai chiarito le ragioni. Le brutte no- 
tizie sono state un « profit warning » (termine tecnico per indicare un 
avviso circa un futuro calo dei ricavi o degli utili), il peggioramento 
del rating dell’agenzia Fitch sul debito, portato da « stabile » a « nega- 
tivo » a causa di un aumento del « rischio di liquidita` » di Safilo che 
avrebbe « un debito in aumento, rifinanziato in misura crescente con 
linee di credito a breve termine non garantite »; e il rischio di perdere 
la licenza Dior e Gucci (tra il 15 e il 20% del fatturato della societa`). 
Anche in questo caso, i vertici aziendali hanno ribadito che era un 
evento improbabile, e che stavano facendo di tutto per scongiurarlo. 
Ma il precedente di Ralph Lauren non li ha piu` resi credibili. In Bor- 
sa la credibilita` degli annunci puo` valere piu` della loro sostanza. Tan- 
t’e` che a fine 2008 la licenza Gucci e` stata rinnovata, ma questo non 
ha impedito al titolo Safilo di scendere ancora. 

L'EPILOGO
L’avvicendamento manageriale e` stato quello fra Gottardi, im- 
provvisamente ritornato all’incarico di responsabile della filiale ame- 
ricana, e Massimiliano Tabacchi, che ha assunto i pieni poteri. A in- 
dispettire gli operatori non e` stata solo la scelta manageriale, ma an- 
che la mancanza totale di trasparenza sui motivi che l’avevano provo- 
cata. Tale opacita` e` stata sottolineata da uno studio che Merrill 
Lynch il 30 luglio ha distribuito a tutti gli investitori. Con toni in- 
solitamente critici la banca americana evidenziava cinque difficolta` di 
Safilo: l’equilibrio finanziario, considerato precario visto che il debi- 
to, peraltro in crescita, era ormai il doppio della capitalizzazione; la 
perdita di licenze importanti; la corporate governance opaca; l’incon- 
grua decisione di distribuire un dividendo addizionale prelevando 10 
milioni di euro dalle riserve dell’azienda, nella vana speranza di in- 
graziarsi gli investitori; le difficolta` nelle catene di negozi. 
L’ultima puntata. A fine 2008 la situazione di Safilo continua a 
peggiorare. Il titolo scende sempre piu` giu` , tanto che la famiglia vie- 
ne costretta a dare meta` del suo pacchetto di controllo in pegno alle 
banche creditrici (Popolare di Vicenza e Intesa Sanpaolo). Neanche 
l’annuncio del rinnovo contrattuale con Gucci riesce a frenare la di- 
scesa di prezzo dell’azione, che a fine 2008 vale ormai tra gli 0,4 e gli 
0,5 euro. A quel punto e` evidente il rischio di una scalata ostile: un 
eventuale compratore proveniente dall’esterno potrebbe infatti ac- 
quisire la Safilo per pochi denari. Per rilanciare la societa` ed evitare 
il rischio di Opa ostili, Massimiliano Tabacchi decide di fare un pas- 
so indietro e di cedere la poltrona di amministratore delegato (man- 
tenendo pero` quella di vicepresidente esecutivo) a un manager ester-
no. Chi viene prescelto per il delicato incarico? Indovinate chi? Ma 
Roberto Vedovotto, il medesimo manager che aveva portato in Borsa 
la societa` e nel 2006 si era dimesso dopo aver maturato le sue stock 
option. Il 18 novembre 2008, quando la sua nomina viene annuncia- 
ta, la Borsa punisce il titolo con un crollo del 10% in un sol giorno, 
da 0,5 a 0,45 euro. 
 


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LA TERZA EDIZIONE DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA ARRIVA IN LIBRERIA IL 29 LUGLIO

Il successo degli Affari di famiglia è stato superiore alle aspettative, anche quelle di autore ed editore. 
Pertanto il libro è andato esaurito. In molte librerie delle grandi città per il momento è introvabile, anche se lo si può facilmente ordinare on-line (www.ibs.it oppure www.lafeltrinelli.com, o www.bol.it). 
La terza edizione sarà in libreria il prossimo 29 luglio, per soddisfare tutte le richiesta.
Con la terza edizione il libro sarà anche venduto nei 20 maggiori autogrill e negli aeroporti di Milano e Roma.
L'uscita della terza edizione ha consentito di correggere alcune imprecisioni contenute nel libro, soprattutto per quanto riguarda le vicende di Italmobiliare, Italcementi e della famiglia Pesenti.
Di queste imprecisioni su dati e numeri mi sono scusato a suo tempo con gli interessati: colgo l'occasione per rinnovare le scuse. Tali sviste, comunque, non alterano il senso generale del capitolo. L'appuntamento, dunque, è il 29 luglio in tutte le librerie italiane.
 


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ANCHE ALBERTO STATERA SI OCCUPA DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA

Che onore. Anche Alberto Statera, che io considero un maestro di giornalismo, si è occupato degli affari di famiglia. Lo ha fatto con un ampio articolo su Affari e Finanza, che è qui riprodotto.
Statera evidenzia uno dei temi portanti del libro: il familismo. E lo collega alle vicende di Margherita Agnelli e dei suoi figli John e Lapo Elkann, nonché alla saga Berlusconi



http://www.illibraio.it/dettaglio/65099/


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I PARADOSSI DELLE CLASSIFICHE

Gli Affari di famiglia è esaurito in molte librerie (per esempio, quasi tutte le Feltrinelli di Milano o la mitica Hoepli di via Hoepli, ma anche la torinese Fogola), tanto che, per esaudire le richieste è stata necessaria una terza ristampa urgente. La settimana scorsa Affari di famiglia era il ventesimo nella classifica di Arianna, quella che usano i librai. Eppure, Gli Affari di famiglia non figura né nella classifica di Repubblica (che presenta però solo i primi cinque libri per categoria) né in quella del Corriere (che presenta i primi 10!). Come mai? Evidentemente le classifiche usano un campione diverso.
Comunque il libro sta andando bene, tre tirature in due mesi sono un discreto risultato, considerando l'argomento non proprio nazional-popolare e il fatto che l'autore sia un esordiente. 


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LETTERA SCRITTA AD ALDO CAZZULLO SUL TEMA DEL LITIGIO BOCCA/PANSA

Caro Cazzullo,
ho letto il tuo pezzo pubblicato sul numero del Corriere Magazine datato 9 luglio, dedicato alla rivalità tra Giorgio Bocca e Gianpaolo Pansa, oltre che a una serie di ricordi e fatti personali.
Tu scrivi: "la lezione di grandi vecchi come Bocca e Pansa è più necessaria che mai". Da giovane collega (giovane almeno per i criteri italiani, in un paese anglosassone con i miei 37 anni sarei considerato
più che maturo) ti dico, per quello che vale, che sono pienamente d'accordo con te. La lezione di Bocca e Pansa è più necessaria che mai, così come quella di Ernesto Rossi e di Matilde Serao.
Pure io, proprio come te, ho scelto di fare il giornalista anche per la lettura, in tenera età, dei pezzi di Bocca e Pansa, oltre che del mitico Indro Montanelli. Di Pansa in particolare, mi affascinava la capacità
di inventarsi un linguaggio che - attraverso poche efficaci parole - trasmetteva rapidamente ai lettori la descrizione di un evento, la sua critica e la sua atmosfera. Solo l'espressione "Balena bianca", per citare la più famosa, ci diceva più di tanti articoli messi assieme.
Ritengo però che i due venerandi colleghi abbiano già dato tutto quello che potevano dare, e che le loro liti da comari ci dicano solo che ormai hanno raggiunto una certa età.
Certo, possiamo anche aver bisogno della loro lezione del passato, ma quello che dicono adesso ci serve poco.
Ci dà solo l'idea della loro voglia di stare ancora al centro del mondo, nonostante il mondo li abbia sorpassati, e adesso ci sia bisogno d'altro.
Niente di grave, ognuno prima o poi fa il suo tempo. Basta rendersene conto. Il problema dei grandi vecchi italiani, non tutti per fortuna, è proprio questo: non se ne rendono conto.
Caro Cazzullo, io non ritengo affatto di aver bisogno di sapere le ultime notizie delle liti di Bocca e Pansa, dei loro fatti personali, delle loro compagne e mogli, eccetera eccetera.
Non me ne importa nulla.
Non so che cosa farmene di tutto quel discorso autoreferenziale tipico dei giornali italiani. Discorso alimentato da loro e, scusa, anche da te.
Ritengo che la professione viva un periodo di crisi anche per essere troppo concentrata sul dibattito interno. Che interessa a poche decine di persone.
Ho molto più bisogno di giovani (ovvero miei coetanei, si sa e l'ho già detto, siamo in Italia) colleghi come Mario Gerevini, che sulle pagine del Corriere fa le pulci ai protagonisti dell'economia, senza guardare in faccia a nessuno (azionisti
del Corriere compresi, si vedano i pezzi pieni di notizie su Ligresti). Come Marco Alfieri, valido cronista del Sole, che in un  validissimo saggio racconta la malattia e mancanza di progettualità di Milano. Come Jacopo Barigazzi, che per Newsweek
scrive efficaci ritratti dell'Italia di oggi, e che l'anno scorso ha ricevuto da Furio Colombo - altro ultra-settantenne che la fa ancora da protagonista - l'accusa di essere inesistente. Per l'ex direttore dell'Unità, nonché ex presidente di Fiat Usa, Jacopo Barigazzi era infatti uno pseudonimo, scelto perché appartenente a un medico del Cinquecento.
Colombo, nonostante la gaffe clamorosa e ridicola, non ha mai chiesto scusa, né pubblicamente (e sarebbe stato il minimo) né privatamente (non mi risulta che abbia fatto alcuna telefonata a Jacopo). Anche quando era evidente la buca profonda un kilometro nella quale era caduto, Furio Colombo ha continuato a insistere. Contro tutti e contro tutte le evidenze. E coprendosi ancor più di ridicolo.
Sono fatti così questi settantenni. Una volta erano dei talenti. Adesso hanno sempre ragione loro. Scusami Cazzullo, ma io ora non ne sento affatto il bisogno. Preferisco ricordare come erano vent'anni fa.
Con stima
Filippo Astone


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ANCHE IL MESSAGGERO SI OCCUPA DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA



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IL SECOLO BREVE DEGLI INGEGNERI

Marco Ferrante, uno dei giornalisti italiani che stimo maggiormente (tutta da leggere la sua biografia di Marchionne) mi cita in un articolo su Panorama First (supplemento mensile di Panorama diretto da Emanuele Farneti) dedicato a Carlo De Benedetti e al figlio Rodolfo.
Quest'ultimo, infatti, è uno die potagonisti degli Affari di Famiglia.
A parte la citazione, l'articolo di Ferrante si fa notare perché parla di Carlo De Benedetti con toni e spirito assai diversi da quelli tipicamente mondadoriani.
Ecco qua l'articolo



http://www.illibraio.it/allegatidef/Astone-Panorama%20First65071.pdf


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FAMIGLIA CRISTIANA DEDICA UN LUNGO ARTICOLO AGLI AFFARI DI FAMIGLIA

Segnalo l'ottimo articolo che FAMIGLIA CRISTIANA ha dedicato agli AFFARI DI FAMIGLIA.
Il pezzo è firmato dal valoroso collega Francesco Anfossi, autore di inchieste molto documentate e coraggiose. Ecco il link per chi volesse leggerlo


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Mi piace molto il mio lavoro

Mi piace molto il mio lavoro, inizio alla mattina alle 10 e arrivo alle 22 (non di rado alle 23) della sera senza neppure accorgermene. A 11 anni pensavo che il giornalismo fosse uno dei mestieri più divertenti e avevo il mito di Montanelli. Adesso che ne ho quasi 38, e sono 17 anni che lo faccio, sono rimasto della stessa idea, nonostante le difficoltà, che peraltro ci sono in qualunque attività professionale. E ho ancora il mito di Montanelli.



permalink | inviato da filippoastone il 14/7/2009 alle 17:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

STA PER USCIRE LA TERZA EDIZIONE DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA

Sta per uscire la terza edizione degli Affari di famiglia.
Tre edizioni in due mesi (il volume è arrivato in libreria lo scorso 18 maggio) sono un buon risultato, anche perché l'autore è un esoridente e gli argomenti economici non sono molto popolari fra le masse.
La terza edizione consentirà anche la correzione di alcune imprecisioni, che però non ledono le affermazioni sostanziali fatte nel libro.


permalink | inviato da filippoastone il 13/7/2009 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

UN NOME NUOVO: CLETO SAGRIPANTI

Cleto Sagripanti

Cleto Sagripanti e` diverso da molti rampolli raccontati in questo li-
bro. Perche´ non discende da una grande famiglia industriale, ma da
una piccola, e perche´ non ha incarichi di prestigio in Confindustria.
Ha tentato di conquistarli, quando si e` candidato alla presidenza dei
Giovani imprenditori, ma e` stato sconfitto. La sua storia dimostra
che il partito di Confindustria ha diverse correnti, non tutte schiac-
ciate sul berlusconismo o sulle proposte liberiste.
Cleto Sagripanti e` un outsider a 360 gradi. Le sue avventure rap-
presentano le migliori speranze dell’industria italiana. Il successo del-
la sua azienda e l’insuccesso della sua scalata ai vertici dei Giovani
imprenditori sono due facce della stessa medaglia.
Cleto e` il leader di una piccola dinastia che in quel di Monteco-
saro, provincia di Macerata, Marche profonde, ha fondato un mar-
chio di calzature, la Manas, che sta crescendo rapidamente in tutto il
mondo grazie alla sua capacita` di innovazione. Manas ha tutte le car-
te in regola per essere, fra qualche anno, un nuovo caso Geox, o
Tod’s. Nell’aprile del 2008, Cleto ha tentato la scalata alla presidenza
dei Giovani di Confindustria con un programma riformista. Voleva
porre l’accento sulla crescita, lo sviluppo economico, l’innovazione,
lo spazio da dare alle nuove idee. Sosteneva che i Giovani dovessero
trasformarsi, da gruppo che fa notizia per i suoi convegni e i suoi ma-
nifesti politico-economico-sociali a comunita` di imprenditori junio-
res che danno vita a piattaforme di business, fanno nuovi affari insie-
me, coltivano idee dirompenti, e grazie a esse aumentano il fatturato
e creano nuova occupazione. Intendeva investire nella crescita cultu-
rale e nella formazione. Non gli interessava porre l’accento sulla fles-
sibilita` del lavoro, o sui sacrifici richiesti ai dipendenti, ma, al con-
trario, esprimeva il desiderio di aumentare le retribuzioni. Questo sia
per un dovere sociale dell’impresa sia perche´ solo in questo modo sa-
rebbe stato possibile far crescere i consumi, a tutto vantaggio delle
aziende. E` stato sconfitto (86 voti contro i 131 della vincitrice) da
Federica Guidi e dai suoi programmi neo-thatcheriani in linea con
il Berlusconi IV e i suoi ministri Maurizio Sacconi e Renato Brunet-
ta. Cleto aveva l’appoggio di senatori confindustriali come Luca di
Montezemolo, Vittorio Merloni, Diego Della Valle. Ma non gli e`
servito a nulla.
L’avventura confindustriale. « Il problema fondamentale che abbia-
mo oggi in Italia e` la crescita », dice Sagripanti, « che adesso e` prati-
camente pari a zero, un dato drammatico. Per questo, se fossi diven-
tato presidente dei Giovani imprenditori, il mio primo convegno si
sarebbe posto la domanda su come organizzare un laboratorio delle
aziende dentro le universita`. » Per Cleto, « i giovani imprenditori de-
vono volare alto ma anche essere concreti, pensare a come risolvere i
problemi veri degli imprenditori, che sono di fare impresa, non di
tagliare i costi. Ecco, io direi che devono fare delle fughe in avanti
nel concreto ».
E l’idea del contratto ad personam? « Ha il difetto
di essere una proposta lontana da quello che gli imprenditori vedono
ogni giorno, e` qualcosa di astratto, di poco realizzabile in concreto e
che, se per ipotesi assurda venisse realizzato, non risolverebbe nulla. »
Il tema del costo del lavoro « riguarda imprenditori che vedono il la-
voro come una commodity, ma non sono certo la maggioranza, ma-
gari qualche azienda del settore meccanico. Ma proprio di questo
dobbiamo preoccuparci? » Quando si candido` alla guida dei Giovani,
in un opuscolo rivolto agli elettori, Cleto scrisse: « Nel programma
non troverai un palinsesto di convegni, perche´ bisogna passare dalla
cultura convegnistica (spesso troppo autoreferenziale) a quella dei
workshop operativi per fare vera formazione » e creare gruppi di la-
voro che potrebbero scambiarsi le reciproche esperienze e dar vita a
occasioni di business.
Un altro punto importante del programma era una strategia per
risolvere il problema principale delle imprese italiane: la loro dimen-
sione troppo piccola per competere sui mercati internazionali e riu-
scire a fare ricerca e sviluppo. « Noi giovani », scriveva Cleto, « do-
vremmo essere capofila di un nuovo modo di fare impresa, attraverso
l’utilizzo della finanza innovativa e delle alleanze strategiche fra im-
prese, anche concorrenti tra loro, per raggiungere una dimensione
minima per competere sui mercati internazionali. » L’idea era che so-
lo i giovani potevano superare l’atteggiamento individualista dei loro
padri, atteggiamento che in passato era alla radice del loro successo
ma che ormai e` superato dai tempi. Terzo punto da sottolineare, la
collaborazione con le universita`, cercando di portare l’impresa dentro
le aule e viceversa. Lo sforzo, insomma, era di pensare in grande.

« Oggi abbiamo perso l’abitudine a sognare. Abbiamo abdicato a
una funzione tipica dell’uomo: il sogno », aveva detto Cleto ai Gio-
vani imprenditori di Legnano. « L’azienda vincente oggi e` quella che
coltiva una visione, e` in grado di vedersi come sara` tra 10 anni, e` ca-
pace di pensare in grande anche per piccoli progetti, possiede un
dream team motivato che tiene sempre aperto il cassetto dei sogni. Il
mercato ha bisogno sempre di piu` di aziende che sognano. Il mercato
sogna di vedere aziende che sognano. »
La sconfitta nella corsa alla leadership dei Giovani non ha frenato
le ambizioni di Sagripanti, che ora punta alla guida dell’Anci, l’asso-
ciazione nazionale dei calzaturieri italiani in seno a Confindustria.
L’avventura della Manas. Manas e` un classico esempio di media
azienda del made in Italy, che va sul mercato con le sue sole forze,
rischiando il capitale della famiglia imprenditoriale, senza aiuti di
nessuno, e tantomeno patti di sindacato o scatole cinesi che attutisca-
no la responsabilta` patrimoniale del leader. La societa` si chiama cosi
per l’unione delle iniziali dei tre fratelli che l’hanno gestita per molti
anni, i due zii di Cleto (Marina e Angelo) e il padre (Nazzareno), con
il cognome Sagripanti. Manas e` stata fondata nel 1956 da Giuseppe,
padre dei tre fratelli che lavorava soprattutto come terzista per conto
di grandi marchi. Per molto tempo l’unico suo prodotto noto al
grande pubblico furono le pantofole Conchita, rese confortevoli dal-
la vulcanizzazione, un procedimento termico che trasforma la gom-
ma rendendola elastica e resistente.
Dagli anni Novanta Manas e` entrata sul mercato col proprio mar-
chio. Nel 2000 i tre fratelli, cioe` la seconda generazione, passa la ma-
no alla terza, che ha Cleto per leader. Lui e i suoi otto cugini lavo-
rano tutti in Manas, che e` una specie di grande famiglia allargata,
comprendente anche alcuni manager che vi operano da molti anni.
Se si guardano i numeri, la gestione di Cleto e` al di sopra di ogni
critica: durante gli anni della sua gestione il fatturato e` quadruplica-
to, gli utili anche. Il bilancio 2007 ha chiuso con ricavi di 64,4 mi-
lioni e un utile netto di 1,6. Questo nonostante la grave crisi da cui e`
afflitto il settore in Italia: negli ultimi sette anni la produzione e` crol-
lata da 498 a 220 milioni di paia. La crescita di Manas si e` resa pos-
sibile anche grazie alle 24 aziende satelliti (23 nella zona, una in Ro-
mania) che producono per conto suo, dando lavoro a 2200 persone.
In pratica Manas ha creato una organizzazione a rete, quasi un di-
stretto nel distretto, dove sono concentrate tutte le funzioni chiave,
dalla produzione alla progettazione, dalla vendita ai servizi postven-
dita. Sagripanti ha impostato un programma di sviluppo molto am-
bizioso per l’azienda di famiglia, basato sull’espansione in Asia, l’in-
novazione commerciale, l’investimento sul prodotto e la collabora-
zione con Oliviero Toscani. Il fotografo cura l’immagine e la pubbli-
cita` dell’azienda, che ha appena lanciato una campagna che ha « Con
i piedi in testa » per payoff, illustrata da immagini di piedi femminili
che calzano scarpe Manas e li mettono sul capo di giovani ragazzi,
entuasiasti di quanto sta avvenendo. Una provocazione light, che
in futuro potrebbe essere seguita da campagne piu` forti, come e` nello
stile di Toscani, che in questo modo ha decretato il successo di Be-
netton e anche di marchi minori come Nolita, l’azienda di abbiglia-
mento veneta che grazie alle sue provocanti pubblicita` (l’ultima e` sta-
ta la modella anoressica fotografata nuda) ha raddoppiato il fatturato
in tre anni.
Inoltre Toscani ha appena concluso i restyling di tutti i marchi
Manas e ha inventato l’originale formula del negozio completamente
di cartone, che verra` replicata in tutti i punti vendita in via di aper-
tura. L’investimento sul prodotto ha lo scopo di posizionare Manas
tra i leader nella fascia medio-alta, la stessa di Geox, con calzature dai
100 ai 200 euro di prezzo. Per ora la societa` e` presente quasi esclu-
sivamente nel settore donna (il marchio di punta e` Lea Foscati), ma
l’intenzione e` di allargare la gamma. In Cina, Manas, che ha gia`
quattro negozi in collaborazione col partner pechinese Belle (colosso
della distribuzione proprietario di 4000 punti vendita), intende apri-
re 105 negozi monomarca nel giro di quattro anni. Contemporanea-
mente e` allo studio lo sbarco anche in India. In Europa i negozi mo-
nomarca sono 18, sette dei quali in Italia, tutti in localita` di provin-
cia: Cagliari, Como, Riccione, Sassuolo, Trento. All’estero, dove vie-
ne generato il 75% del fatturato, Manas ha showroom a New York,
Madrid, Tokyo, Bruxelles, Amsterdam, Parigi, Monaco e Copena-
ghen. L’innovazione piu` importante introdotta da Manas riguarda
proprio il settore della distribuzione. Il punto di partenza e` stato la
volonta` di dare ai gestori dei negozi plurimarca, in questi mesi falci-
diati dalla crisi economica che ha costretto molti a chiudere, una mo-
tivazione per scegliere Manas al posto dei tanti produttori di scarpe
che propongono i loro prodotti. La soluzione e` stata come l’uovo di
Colombo, semplice, ma nessuno ci aveva pensato prima. Manas ha
iniziato a fare qualcosa che nessuno fa nel campo dell’abbigliamento
e delle calzature: ritirare l’invenduto, i resi. Ricomprando la merce
avanzata a fine stagione, Manas e` riuscita a guadagnare nelle vetrine
uno spazio che prima apparteneva a marchi molto piu` grandi, e fa-
mosi. E a creare un rapporto di fiducia con i negozianti, mantenuto
nel tempo anche grazie a corsi di formazione che periodicamente
vengono offerti, a titolo gratuito, a commessi ed esercenti.  


permalink | inviato da filippoastone il 9/7/2009 alle 19:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

LA CASTA ECONOMICA E' IDENTICA ALLA CASTA POLITICA

C'è una storiella assurda, che gira da anni ed è penetrata nell'inconscio collettivo.
Secondo questa favola in Italia ci sarebbero da una parte una casta politica, vivaio di clientelismo, stupidità, furti, sprechi, incompetenza e parassitismo; dall'altra un gruppo dirigente imprenditoriale e manageriale sano, preparato, competente, meritocratico, capace di essere un esempio per il Paese.
Tale favola è solo strumentale a rendere più forte una parte dell'economia, e più debole ancora la politica, che già soffre di un processo di indebolimento in tutto il mondo.
Però non è vero niente.
La classe dirigente economica ha gli stessi difetti, e forse anche peggiori, di quella politica.
Si pensi alle aziende che negli ultimi anni sono state affossate dalle persone che le dirigevano (e queste poi venivano premiate altrove); alle centinaia di milioni di euro di stock option; alle collusioni col potere politico, alla richiesta continua di aiuti di stato quando il liberismo invocato fino a pochi giorni prima non è più comodo; ai posti dirigenziali concessi ai figli di papà in barba non solo alla meritocrazia, ma anche alla decenza.
Si pensi, tanto per fare un esempio, a Marco Tronchetti Provera, l'attuale presidente della Pirelli, che prese in gestione quando aveva 75 mila dipendenti, e che ora la dirige con 25 mila dipendenti. Che ha distrutto valore in Telecom più di un esercito di locuste. Che si fece dare, in un sol giorno, una sotck option di oltre 500 milioni di euro. Ecco, un personaggio così, mi dite voi che differenze può vantare rispetto a un Paolo Cirino Pomicino, a un Antonio Gava, a un Gianni De Michelis? Eh? Me lo dite?


permalink | inviato da filippoastone il 7/7/2009 alle 11:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

GLI AFFARI DI FAMIGLIA SU RAITRE: LINEANOTTE ALLE 23

Stasera, lunedì 6 luglio, sarò ospite di Maurizio Mannoni al programma LINEANOTTE.
Parlerò del mio libro GLI AFFARI DI FAMIGLIA e dei temi legati al familismo italiano e alle grandi dinastie che in questo momento sono protagoniste del Paese, gli Agnelli e i Berlusconi.
Cercherò di essere provocatorio ma anche di dare una visione realistica.
Attendo commenti.



permalink | inviato da filippoastone il 6/7/2009 alle 10:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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