Geniale, pieno di creatività e di voglia di vivere, grande lavoratore,
mai stanco, innovatore instancabile, irascibile, capace di grandi
slanci e di enormi collere, soggetto ai mutamenti d'umore, grande
amante delle donne, dei viaggi e dei sigari cubani. Tommaso Berger, che si è spento due settimane fa, era
così.
In Italia, è stato l'inventore del Caffé Hag, della Acqua
Levissima e di altri prodotti che hanno lasciato il segno nel mondo del
largo consumo.
Nel 2007, quando si era ormai ritirato dagli
affari, rese pubblica la sua biografia e le sue liti col figlio Roberto
in un libro, "Disonora il padre" (Marsilio) nel quale mischiava la sua
biografia e il racconto della sua avventura imprenditoriale con un
violento j'accuse al figlio Roberto. Soprattutto, mischiava notizie
vere con notizie false, false anche se lui si era convinto di queste verità al
punto da crederle vere, in perfetta buona fede.
Il figlio, in realtà un capace
manager, veniva accusato ingiustamente di averlo depredato del suo
patrimonio, e di averne disperso buona parte in investimenti assurdi e in una vita all'insegna dello spreco. I consulenti di una vita (i noti professionisti Paolo Nodari, Agostino Guardamagna e Oreste Severgnini), venivano accusati di disonestà e collusione col figlio.
Come ho ricostruito nel libro Gli affari di famigllia, la realtà dei fatti era profondamente diversa. Il figlio è un capace managare con una formazione internazionale, che non solo non ha depredato il padre di alcunché, ma anche salvaguardato e moltiplicato il patrimonio che aveva in gestione, con una serie di fortunati investimenti. I consulenti hanno eseguito i desideri dei loro clienti, come sono tenuti a fare, e hanno sempre dato pareri ispirati alla prudenza e al buonsenso.
Nonostante
questo, e nonostante le sofferenze che per tutta la vita Roberto aveva
patito per il difficile carattere del padre, Roberto non aveva mai
smesso di cercarlo.
Voleva, in qualche modo, cercare un punto d'incontro col genitore perduto che, con ira, fedele a se stesso, si negava.
La sua morte non gliene ha dato il tempo.
Negli
Affari di famiglia potete leggere un'attenta ricostruzione di queste
vicende, che consente un'efficace rilettura del capitalismo italiano,
con le sue luci e le sue ombre.
Emerge anche la superficialità del giornalismo nostrano, che per un buon titolo e una
tesi "netta", si presta volentieri a fare da cassa di risonanza alle sciocchezze, accantonando
ogni spirito critico.
All’epoca della pubblicazione di Onora il padre, molti giornali accolgono
acriticamente la ricostruzione dei fatti fornita da Tommy Berger. Piu` di un giornalista scrive ritratti al vetriolo, o prese in giro, di Berger junior, attingendo alla sola fonte del pamphlet paterno.
*****
In allegato, la querela per diffamazione di Paolo Nodari a Tommaso
Berger, un atto giudiziario molto utile non solo per ricostruire quei
fatti, ma anche per una lettura in controluce del capitalismo italiano
e di certe sue caratteristiche.
http://www.illibraio.it/allegatidef/querela65364.pdf Qui di seguito pubblico il paragrafo del libro Gli Affari di famiglia che contiene la ricostruzione dei fatti.
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IL CAPITOLO DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA SULL'AFFAIRE BERGER
Prima ti affido l’azienda poi ti faccio a pezzi.
Tommy e Roberto Berger
Anche la vicenda di Tommaso Berger detto Tommy e di suo figlio
Roberto dice molte cose su una mentalita` padronale ancor viva in
Italia. A narrare questa storia e` stato lo stesso Tommaso Berger in
un pamphlet intitolato Onora il padre, pubblicato da Marsilio a meta`
del 2007 e diventato un caso nazionale. Il libro ha avuto molto successo,
anche perche´ ne e` stata sostenuta la diffusione attraverso una
campagna pubblicitaria all’insegna del payoff: « Mio figlio ha fatto un
sacco di soldi: i miei ». In pratica, nel libro il padre accusa il figlio di
averlo prima espropriato, e poi di aver sperperato tutto il patrimonio
in investimenti folli e lussi sardanapaleschi. Il tutto, con la complicita`
interessata di un manipolo di consiglieri infingardi.
Se si desse pieno credito alla versione dei fatti in esso contenuta, il
libro potrebbe essere letto come un apologo su quanto sia dannatamente
complicato trasmettere un’impresa, o un grande capitale, a un
figlio privo della fermezza di carattere indispensabile, oltre che delle
competenze tecniche necessarie. Il problema e` che la narrazione di
Tommy Berger, come si vedra` piu` avanti, di credito ne merita poco.
In sostanza, nel libro si racconta della vita di un imprenditore di successo
che, giunto ai sessant’anni di eta`, un po’ acciaccato e disilluso,
convinto che il figlio non sara` in grado di reggere le sorti dell’azienda
la vende, e conferisce il denaro a un trust (istituto della legislazione
inglese creato per garantire le ricchezze di terzi, gestendole con
un’adeguata sorveglianza di consulenti esperti) che dovrebbe amministrarlo.
Ma i figli Donata, Roberto e Simona – secondo quanto sostiene
il padre – riescono a espropriarlo e sperperano le sue ricchezze
in un gorgo senza fine. Il finale e` tristissimo, con l’estromissione di
Tommy Berger dalla gestione del trust, la fine di ogni contatto con
figli e nipoti (secondo quanto scritto nel volume i bambini non hanno
mai conosciuto il nonno), la stesura del libro come unica, amara
consolazione.
Verso i mari del Sud. Tommaso Berger, nato agiato in una famiglia
ebraica viennese (il nonno Ignazio era l’inventore del famoso lucido
da scarpe Guttalin) e diventato povero da adolescente a causa delle
persecuzioni razziali naziste, torna a veder la luce dopo la guerra,
quando il padre, anch’egli geniale inventore e ancor piu` abile commerciante,
fonda la Crippa & Berger, poi Crippa & Berger Fonti Levissima.
E ` la ricchezza, e Tommy riesce a incrementarla ulteriormente.
Negli anni Sessanta la societa` della famiglia Berger diventa uno
dei maggiori gruppi industriali italiani, a capo di Caffe` Hag e di
una galassia di prodotti di largo consumo, soprattutto acque minerali.
Porta la Sangemini da 2 a 60 milioni di bottiglie, la Fiuggi da 4 a
80, la Fabia da 30 a 200, fino al miracolo di « Altissima, Purissima,
Levissima », innalzata a 800 milioni di bottiglie e diventata successivamente
famosissima grazie a un testimonial d’eccezione, lo scalatore
Reinhold Messner. Per non parlare di Ferrarelle e Uliveto. « Perche´ il
principio della Crippa & Berger era questo: creata la nostra rete di
distribuzione, ed eravamo gli unici ad averne una estesa in tutta Italia,
farla funzionare al massimo », racconta l’imprenditore nel libro.
« Col caffe` Hag, percio`, portammo ai baristi man mano una serie di
prodotti di cui avevamo comprato il marchio, come il Diger Selz, l’unico
digestivo che si vendeva al bar anziche´ in farmacia; o di cui avevamo
rilevato la concessione, come l’Old Time Tea, il te` del cilindro,
i Chupa Chups, leccalecca spagnoli, e le caramelle Hag, friabili e a
forma di cuore. » Berger cavalca l’onda, e continua ad arricchirsi.
Poi, alla fine degli anni Ottanta, fiaccato da alcune traversie che
gli piombano addosso con il ciclone di Tangentopoli, inizia a considerare
l’ipotesi di vendere. Lo fa nel 1992, conferendo l’azienda alla
Garma, un gruppo alimentare di cui erano proprietari Raul Gardini
e Giulio Malgara (Garma e` l’acronimo dei due cognomi). L’impresa
e` valutata generosamente, circa 300 miliardi di lire, 150 milioni di
euro. La somma viene conferita a un trust, che a sua volta costituisce
societa` operative guidate da Roberto Berger. In pratica Roberto Berger,
aiutato e sorvegliato da prestigiosi consulenti, avrebbe avuto il
compito di gestire il ricavato della vendita e di incrementarne il valore
investendo in partecipazioni azionarie in imprese considerate
promettenti. Tommy e la sua discendenza sarebbero diventati beneficiari
di un lauto vitalizio che avrebbe garantito loro un’esistenza serena
e dignitosa. O meglio, piu` che agiata. Presa la decisione, con la
sua barca gigantesca, con tanto di marinai, camerieri ed elicottero,
Berger padre si dedica alla navigazione nei mari del Sud, approdando
per lunghi soggiorni a Miami e sempre in compagnia di donne giovani
e avvenenti, due delle quali sarebbero poi diventate sue consorti.
L’arte di demolire la propria creatura. Nelle pagine del suo libro,
Berger senior delinea un ritratto impietoso del proprio rampollo. Il
ragazzo, certo, vanta un curriculum formativo di tutto rispetto: laurea
in Business Economy a Boston, master a Fontainbleau, una prima
esperienza di lavoro alla General Foods di White Plains. Ma il
padre ha sempre nutrito dei dubbi su di lui e sulla sua attitudine
al comando. Marcello Costi, noto manager e consulente aziendale
che negli anni precedenti la vendita era stato assunto da Berger come
proprio collaboratore e coach del figlio, dopo qualche mese gli conferma
l’inettitudine dell’allievo: « Primo, non e` in grado di prendere
decisioni come richiede l’attivita` di imprenditore. E quando prende
una decisione, se si verifica che e` sbagliata, non ha la capacita` ne´ il
coraggio di cambiare strada. Secondo, non riesce a vedere il panorama
nell’insieme ma si limita al dettaglio. Terzo, e` facilmente influenzabile
da persone con un carattere forte ». Questi elementi, cui si aggiungono
« la sua scarsa propensione all’impegno continuato nel
tempo e, insieme, le sue manie di grandezza », sono « il cockatil purtroppo
pessimo che spiega una serie di episodi », scrive ancora Tommy
Berger nel suo pamphlet. E conclude sferzante: « In azienda, mi
riferi` lo stesso Costi, si presentava alle riunioni sempre in ritardo:
l’appuntamento era alle nove, arrivava alle dieci. Si comportava da
classico figlio di papa`, che ha conosciuto il benessere ».
Spesso, nel corso della sua esposizione, Tommaso Berger rimprovera
al figlio di non avergli « obbedito », come se l’assoluta obbedienza
fosse il requisito fondamentale del figlio di un imprenditore.
Il profilo di Roberto Berger che emerge dal libro e` quello di un
figlio di papa` inetto e sprecone.
Quando Berger vende, stando a quanto lui stesso racconta, il figlio
Roberto, invece di essergli grato per averlo reso ricco, avrebbe fatto
maturare in se´ l’odio nei suoi confronti. Che – stando sempre alla
versione di Tommy – sarebbe deflagrato quando Roberto venne arrestato,
e tenuto in carcere per tre giorni, nell’ambito di alcuni strascichi
di Tangentopoli. Per un fatale, incredibile errore giudiziario, il
figlio venne scambiato per il padre e arrestato per qualche giorno. Il
quale, comunque, sara` poi assolto perche´ riconosciuto concusso. Da
qui il libro si dilunga nell’enumerare la sequenza angosciante delle
mosse sbagliate del figlio, e dei suoi investimenti azzardati in aziende
della new economy o che cavalcano innovazioni assurde, come quella
di vendere nei supermercati acqua di rubinetto purificata. Sprechi,
lussi del tutto immotivati. Ma, ancor piu` grave, attraverso l’uso spregiudicato
di norme giuridiche inglesi di difficile comprensione, pressioni
psicologiche, lusinghe, evocazione di falsi pericoli, Tommy Berger
sarebbe stato estromesso dalla gestione del trust. In pratica, sarebbe
stato espropriato del proprio patrimonio a opera del figlio e di
consulenti famosi ma inaffidabili. Fra questi i commercialisti milanesi
Guido e Oreste Severgnini (noti nella comunita` degli affari perche´
tutelano gli interessi di Mediobanca e di altri importanti clienti) e gli
avvocati Paolo Nodari e Agostino Guardamagna, nomi prestigiosi e
ai massimi vertici della professione. Paolo Nodari avrebbe addirittura
usato il denaro del trust per finanziare un’azienda vinicola personale
dalle prospettive – secondo il racconto di Berger senior – assolutamente
incerte. Nel dicembre 2007, Nodari e Severgnini faranno
poi causa a Tommaso Berger per diffamazione, la vicenda giudiziaria
e` ancora in corso nel momento in cui questo libro viene dato alle
stampe.
L’epilogo vede Tommaso Berger solo, fuori da tutto e completamente
inascoltato, anche quando suggerisce al trust alcuni investimenti
interessanti, come la costruzione di un quartiere residenziale
in Florida, Dadeland. E il capitale di 150 milioni di euro affidato al
figlio? Polverizzato.
Mai nella storia un padre ha fatto un cosi` forte
ricorso ai media per sputtanare il figlio
E i media, si sa, si prestano spesso a fare da cassa di risonanza accantonando
ogni spirito critico. All’epoca della pubblicazione di Onora il padre, molti giornali accolgono
acriticamente la ricostruzione dei fatti fornita da Tommy
Berger. Piu` di un giornalista scrive ritratti al vetriolo, o prese in giro,
di Berger junior, attingendo alla sola fonte del pamphlet paterno.
Nessuno chiede al figlio che cosa ne pensi. Confrontare le diverse
versioni dovrebbe essere un obbligo per i giornalisti, un obbligo
ancor piu` vincolante quando si parla di un trust, istituzione di diritto
straniero domiciliata all’estero e assolutamente priva di trasparenza,
dato che i suoi bilanci, al contrario di quelli delle societa` per
azioni, delle srl o dei fondi comuni di investimento, non sono depositati
e quindi non possono essere consultati da parti terze. In merito
a un trust, chiunque puo` raccontare cio` che vuole, ed e` molto
difficile smentirlo.
Ma e` tutto vero cio` che e` scritto nel libro? Il bello della storia raccontata
in Onora il padre e` che in molti punti non corrisponde al vero.
Anzi, spesso la verita` e` l’esatto contrario di quanto raccontato nel
libro. Senza bisogno di indagare, basta una lettura smaliziata del
pamphlet per cogliere vistose incongruenze. Viene da chiedersi, per
esempio, perche´ Roberto Berger, ritenuto dal padre debole caratterialmente
e quindi inadeguato a reggere l’impresa, sia invece stato
giudicato idoneo a governare un trust che disponeva di 150 milioni
di euro di liquidita` liberamente investibile. Amministrare un’entita`
che ha il compito di effettuare investimenti e` infinitamente piu` complicato
che gestire un’azienda industriale gia` avviata. E allora perche´
preferire questa soluzione anziche´ quella di affidarsi a un manager
professionista, limitandosi a controllarlo e a esigere da lui buoni risultati?
E poi, che interesse avrebbero avuto i commercialisti piu` ricchi
e famosi d’Italia, ben piu` dello stesso Berger senior, a sottrargli
qualche centinaio di migliaia di euro? Il rischio reputazionale sarebbe
stato ben maggiore dei possibili introiti. Interrogativi del genere
avrebbero dovuto ancor piu` indurre i giornalisti che hanno riportato
la vicenda a sentire Roberto Berger. Buona regola di una stampa corretta
e professionale dovrebbe essere infatti la comparazione di due
versioni di un medesimo evento. Negli ultimi anni, pero`, questa regola
di rispetto del lettore ha lasciato spazio alle invettive che si fanno
leggere piu` facilmente, agli articoli « a tesi » che permettono titoli piu`
efficaci. Senza preoccuparsi del fatto che, agendo cosi`, e` facile correre
il rischio di scrivere sciocchezze. Non hanno intervistato Roberto
Berger per via dell’inaccessibilita` del personaggio? Della scelta, da
parte sua, di negarsi ai media mantenendo la riservatezza? Non e` proprio
cosi`. Per entrare in contatto con Roberto Berger non occorre armarsi
di pazienza e di una nutrita dose di cocciutaggine. Non bisogna
insistere e ancora insistere per fare breccia in un muro di dinieghi.
No. E ` sufficiente digitare il suo numero di telefono che figura
sull’elenco. Roberto Berger non riaggancia il ricevitore in malo modo
quando sente che all’altro capo del filo c’e` un giornalista desideroso
di ascoltare la sua versione dei fatti ma, con la massima serenita`, fissa
con lui un incontro due giorni dopo. E in quella occasione spiega la
sua scelta di non esporsi di propria iniziativa per contestare le accuse:
« Portare uno scontro tra padre e figlio sulle pagine dei giornali e` una
cosa terribile. Gia` e` molto brutto quello che e` successo, con l’uscita
del libro e tutto quanto. Figuriamoci proseguire la lite. E poi andare
avanti avrebbe significato infierire su mio padre. Troppo. Meglio
sperare che la gente dimentichi. E ` gia` successo con cose piu` importanti
e gravi di questa, accadra` anche ora ». Berger non teme per la
propria reputazione: « Chi mi conosce sa come sono andate le cose.
Chi non mi conosce non mi interessa, e poi dimentichera`. Il tipo di
business che faccio io non ha bisogno di notorieta` di massa. Si accontenta
del prestigio accumulato nel mondo degli addetti ai lavori. E
posso assicurare che e` tanto ». E difende la propria strategia di investimenti:
« Non nego che sono stati fatti alcuni investimenti in perdita.
Ma e` la normale ripartizione del rischio di una societa` che agisce
come un fondo di private equity ». Quello che dice il giovane Berger
corrisponde a realta`. La logica del private equity e` che su dieci investimenti
quattro naufragano, due vanno cosi` cosi` e quattro sono un
successo. Questi ultimi dovrebbero ripagare ampiamente gli investimenti
in perdita. « Nel nostro caso la diversificazione del rischio e` ancora
piu` spinta », precisa Roberto Berger. « Dato che il nostro capitale
e` limitato rispetto a quello dei grandi fondi di private equity, abbiamo
deciso di fare molti investimenti di piccolo taglio e con elevata
esposizione al rischio ma altrettanta elevata possibilita` di rendimento.
Un approccio che finora ha generato molto valore. » A suo dire, durante
i dieci anni della sua gestione il capitale del trust sarebbe notevolmente
cresciuto. E questo soprattutto grazie a cinque investimenti
importanti e profittevoli. Due societa` quotate: Saes Getters e Interpump.
Due start-up: Telsey e Novamont. E la Fingruppo di Chicco
Gnutti, holding che un tempo controllava la Hopa, la societa` che insieme
ai Colaninno aveva scalato Telecom Italia alla fine degli anni
Novanta, con plusvalenze cospicue.
Roberto Berger per un periodo ha fatto parte del consiglio di amministrazione
di Fingruppo. E quando e` uscito dalla partecipazione,
liquidando l’investimento, ha ricavato una plusvalenza di cinque milioni
di euro. Cifra che avrebbe potuto essere ben piu` abbondante se
la vendita della quota societaria non fosse avvenuta all’inizio del
2001 su insistenza del padre. Se invece fossero usciti nell’estate dello
stesso anno (e cioe` quando Tronchetti compro` Telecom con un sostanzioso
premio di maggioranza per Colaninno, Gnutti e soci) come
voleva Roberto, ci sarebbero stati altri due milioni di euro.
Le affermazioni di Berger junior sono in buona parte verificabili.
Certo, il bilancio del trust, che ha sede nell’isola di Guersey, e` inaccessibile.
Ma e` pubblico quello del suo braccio operativo italiano, la
Berger Trust spa, che ogni anno deposita regolarmente i suoi conti
all’archivio della Camera di commercio. La spa e` qualcosa di diverso
dal trust che la controlla ma ci sono ottime ragioni per pensare che la
lettura dei bilanci porti assai vicino alla verita`. Dalla consultazione
dei conti della Berger Trust spa emerge un quadro positivo. Il bilancio
2006 registra un utile di 7,9 milioni di euro. L’utile 2005 e` piu`
basso (evidentemente dipende dalle partecipazioni che sono state
vendute in quell’anno) ma e` comunque di 520mila euro. Nel
2004 e` di 5,2 milioni. Nel 2003 c’e` invece una minusvalenza di circa
un milione. Vediamo ora un breve esame dei conti delle principali
societa` partecipate, facendo anche qualche ipotesi sulle loro prospettive
future. Saes Getters e Interpump sono due aziende meccaniche a
elevato contenuto di tecnologia. Il fatturato della prima e` passato dai
132,9 milioni del 2005 ai 167,2 del 2007. L’utile e` sbalorditivo: nel
2004 era del 12% (16,1 milioni) e nel 2007 del 20,8 (34,9 milioni).
Il valore del titolo e` passato dai 6 euro del 1998 ai 17 dei primi mesi
del 2008. Nel 2006, quando la Borsa era ai massimi, ha raggiunto i
30 euro.
Il fatturato di Interpump e` invece diminuito, ma solo per effetto
della cessione di un ramo d’azienda, passando dai 531,7 milioni di
euro del 2004 ai 432,2 del 2007. Anche in questo caso l’utile e` molto
consistente, pari al 12% nel 2006 e al 9,5 nel 2007. Il titolo e` lievitato
dai 3 euro di valore del 1998 agli attuali 6,5. Ma prima della
crisi borsistica del 2007 ha anche raggiunto massimi di 9 euro.
Tutte e due le aziende hanno sempre erogato dividendi generosi ai
loro azionisti. Dividendi che, secondo Berger junior, avrebbero gia`,
da soli, ampiamente ripagato l’investimento iniziale.
La Telsey e` un’impresa, non quotata in Borsa, che ha sede a Treviso
ed e` attiva nelle infrastrutture per la telefonia. Berger Trust e`
azionista al 21,75%. Secondo una visura camerale, il fatturato e` passato
dai 41 milioni di euro del 2004 agli 89 del 2007. Nel 2004 l’utile
era di un milione di euro. Nel 2006 e` sceso ad appena 42mila
euro, probabilmente per effetto degli investimenti che hanno reso
possibile il raddoppio del fatturato in appena tre anni.
La Novamont e` un’azienda che gli esperti considerano molto promettente
perche´ attiva nella produzione di sostanze chimiche ecocompatibili.
Tra i prodotti di punta, sacchetti per la spesa identici
a quelli tradizionali in plastica ma con la caratteristica di decomporsi
nell’ambiente senza produrre sostanze inquinanti. Dal 2000, quando
Berger Trust ha comprato una quota del capitale sociale pari al 9,8%,
al 2006 il fatturato e` passato da 19 a 41,5 milioni di euro. Nel 2000
la societa` perdeva 3,2 milioni di euro, per gli effetti dell’avviamento.
Nel 2006 l’utile era di 1,2 milioni. Le prospettive sono di raddoppiare
utili e fatturato nel giro di pochi anni, gia` prima del 2010. Soprattutto,
la Mater-Bi Novamont sta acquisendo una fama mondiale. Le
potenzialita` dei suoi prodotti – che risolvono in modo economico ed
ecologicamente compatibile vari problemi industriali – la rendono
un caso di eccellenza del made in Italy. Come dimostra il successivo
ingresso nel suo capitale, accanto a Berger Trust spa, di Banca Intesa
e del fondo Investitori Associati.
Questi cinque investimenti sono omessi nel libro del padre, o citati
molto rapidamente. Un’omissione che toglie credibilita` al pamphlet.
L’esame di realta` prosegue con un’ulteriore scoperta. Dadeland, il
quartiere della Florida nel quale Berger senior avrebbe voluto investire
contro il parere del figlio e degli advisor del trust, risulta poi fallito.
Pochi giorni prima che la stesura di questo libro fosse completata,
Roberto Berger mi ha inviato una lunga lettera. « Nel recente passato,
in seno alla nostra famiglia, si e` generato un acceso conflitto dovuto a
significative divergenze su scelte di business », vi si legge. « Quindi,
nel momento in cui papa` ha cercato di forzare delle decisioni, violando
le regole di governance delle strutture societarie, ne e` nata una violenta
crisi che ha avuto dei riscontri giudiziari. Successivamente si e`
arrivati a un accordo, lungamente negoziato, che e` stato sottoscritto
spontaneamente da tutte le parti coinvolte (ivi incluso il trust) ed e`
stato in seguito approvato dal Tribunale competente. Tale accordo
avrebbe dovuto sancire una definitiva pacificazione. » Il giovane Berger
mette in luce che nel libro del padre non e` contenuta una corretta
esposizione dei fatti. In particolare, si riscontrerebbe tra le sue pagine
« una continua confusione fra patrimonio personale e societario; il
patrimonio personale del papa` e` rimasto estraneo a tutte queste vicissitudini;
le divergenze nelle scelte di business nascono dalla volonta`
del papa` di allocare il patrimonio in un numero ridotto di iniziative
imprenditoriali, determinando cosi` una forte concentrazione degli
investimenti per settore, valuta e zona geografica; l’impostazione
che mio padre avrebbe voluto imporre non era condivisibile da un
punto di vista tecnico-aziendale. A posteriori, una tale impostazione
si sarebbe rivelata significativamente inadeguata per diversificazione,
rischio e rendimento ». Il memoriale sottolinea poi che il trust e` stato
sempre governato con il supporto di professionisti « scelti dal papa` e
che lo hanno assistito per decenni », e che prima della crisi il padre
avrebbe sempre indirizzato e condiviso le principali decisioni societarie.
Pertanto, anche la situazione attuale sarebbe la conseguenza di
scelte effettuate dal padre, o comunque con il suo consenso. Per
quanto riguarda il patrimonio, Berger junior scrive che: « Si e` comunque
accresciuto [...] sono sempre stati erogati dividendi alla famiglia e
sono stati sostenuti ingenti costi non inerenti al core business; ancor
oggi il papa` e` il maggior beneficiario del patrimonio del trust ».
Gli stessi concetti vengono ribaditi nella querela per diffamazione
che i professionisti citati nel libro hanno presentato al Tribunale di
Venezia nel dicembre 2007. Nell’atto vengono citati e allegati una
serie di documenti che dimostrerebbero che non c’e` stata alcuna
espropriazione. Tutto si sarebbe svolto in ossequio alle volonta` del
signor Berger, come viene dimostrato da alcuni documenti e lettere
autografe acclusi all’atto. Anzi, a loro avviso non ci sarebbe stata alcuna
emarginazione di Tommaso Berger, che avrebbe sempre conservato
un ruolo centrale. Infatti, anche se Berger senior si era volontariamente
spogliato dei suoi poteri dal punto di vista formale, « nel
settembre 2003 si e` giunti a un accordo circa le modalita` di decisione
in seno alle societa` del trust, in base al quale le decisioni principali
sarebbero [state] per il futuro adottate dal medesimo signor Tommaso
Berger, dai Protectors e dai Beneficiari (Roberto, Donata e Simona
Berger) con voto prevalente, in caso di parita` dei voti, attribuito al
signor Tommaso Berger come presidente di vari consigli di amministrazione
». Cosi` si legge nel testo della querela, che sottolinea anche
che « nell’ambito di tale accordo venne addirittura formalizzato il potere
di veto in capo allo stesso Tommaso Berger per quanto concerneva
i nuovi investimenti di private equity ». Dalle carte dei professionisti
querelanti emerge un’altra verita` che nel libro e` completamente
taciuta. E cioe` l’esistenza di un secondo trust, parallelo a quello gestito
da Roberto Berger, e destinato soltanto ad assicurare un elevato
tenore di vita al padre Tommy Berger. Scrivono i professionisti che
« il signor Tommaso Berger, proprio in virtu` della transazione del 5
dicembre 2006, e` tornato a essere il maggior beneficiario del trust in
termini economici. Per potergli assegnare il beneficio annuo ivi previsto
(che peraltro supera di gran lunga quello attribuito e prevedibile
per ciascuno degli altri beneficiari, e cioe` coloro che secondo il libro
banchetterebbero a spese del signor Tommaso Berger) e` stato appositamente
costituito un altro trust, al quale e` stata conferita questa
obbligazione, con i denari necessari a garantirla e pagarla ». Le cifre
sarebbero queste: disponibilita` dello yacht e dell’elicottero annesso
senza alcun corrispettivo, 2,2 milioni di dollari all’anno per i successivi
nove anni, e 700mila dollari pagati al momento dell’accordo.
A stabilire se il pamphlet di Tommy Berger sia diffamante oppure
no saranno i giudici. Qualunque cosa dira` la sentenza, non avra` conseguenze
sullo squarcio di tristezza aperto da questa storia. E sulla natura
ancora arcaica, patriarcale, di tanta parte degli affari di famiglia